Anche il diritto del lavoro sbarca sui social
Nei gossip tipici della stagione estiva uno dei sondaggi più gettonati è: sei mai stato lasciato tramite un messaggio? Chi risponde di sì alla domanda sottolinea la vigliaccheria di chi ha compiuto il gesto senza avere il coraggio di guardare negli occhi il destinatario.
Oggi, invece, non dovrà più meravigliarci che anche chiudere un rapporto di lavoro, pur con tutte le peculiarità ad esso connesse, sarà come mettere una pietra sopra ad una relazione amorosa, almeno dal punto di vista della modalità con la quale potrà concretizzarsi.
A sancirlo non è la sentenza di un tribunale qualunque, ma addirittura una recente pronuncia della Corte Costituzionale, che ha parificato ad ogni effetto le comunicazioni inviate a mezzo posta elettronica o via whatsapp oppure con sms a quelle molto più formali di una lettera, con tanto di firma in calce, olografa o digitale che sia.
Il filo conduttore di questa sentenza (n. 170/2023) è dettato dalla garanzia del principio di inviolabilità della corrispondenza, che secondo i magistrati della Consulta viene preservata anche quando la comunicazione venga fatta recapitare attraverso i citati strumenti e non solo con quelli tipici ai quali siamo stati sempre abituati.
“La riservatezza – si legge nella sentenza – è qui assicurata dal fatto che la posta elettronica viene inviata a una specifica casella di posta, accessibile solo al destinatario tramite procedure che prevedono l’utilizzo di codici personali; mentre il messaggio whatsapp, spedito tramite tecniche che assicurano la riservatezza, è accessibile solo al soggetto che abbia la disponibilità del dispositivo elettronico di destinazione, normalmente protetto anch’esso da codici di accesso o altri meccanismi di identificazione”.
La tecnologia che entra in tackle scivolato nel campo del diritto, nel caso di questo blog in quello del lavoro, e che sconfigge, per meglio dire, si affianca, alla tradizione?
In un mondo storicamente caratterizzato dalla rigida osservanza di riti, procedure, di scadenze da rispettare, spesso di insormontabile burocrazia, non v’è dubbio che questa decisione provocherà uno scossone, soprattutto nei confronti di chi si è sempre dimostrato tenutario e cultore di rigide ortodossie – a volte sventolandole come vessilli da difendere a tutti i costi – dimostrandosi poco incline ad assecondare una modernità, che invece si manifesta impietosamente fluida e penetrante.
Se, almeno per il momento, vengono fatti salvi tenore e livello delle informazioni da rendere – quella che viene integrata è solo la modalità, solo si fa per dire – aver definitivamente “sdoganato” questa nuova possibilità di comunicazione rischia di accelerare “le operazioni”. A tendere, magari anche a discapito della sostanza.
Della posta elettronica e dei social media in generale, soprattutto del carattere spesso effimero ed informale di quest’ultimi, tutto si può dire, tranne che non siano immediati nella loro efficacia, a prescindere dal contenuto.
Forse tuttavia risulta ancora difficile immaginare, ad esempio, che un licenziamento possa essere irrogato con un messaggio di whatsapp – anche se qualche episodio in tal senso ha già guadagnato pochi anni fa la ribalta della cronaca – alla stregua di una foto inviata ad un amico o parente, scattata in una località di vacanza.
Al tirar delle somme, come per ogni cambiamento epocale che si rispetti, il salto di qualità dovrà essere innanzitutto culturale. Da ciò non può sottrarsi neanche un mondo che molte volte in passato si è trincerato dietro motivazioni difficilmente circostanziabili nei riguardi di una platea di non addetti ai lavori, pur di non “digerire” finanche un minimo barlume di innovazione.
Chissà cosa penserebbero i padri del diritto.

