Scuola maestra di vita. A volte anche per i prof

Quella notte Marta se la ricorderà bene. Perché la trascorse senza chiudere occhio neanche per un secondo. Fissava il soffitto, alla ricerca delle parole giuste per comunicare in mattinata quella decisione. In 10 anni di carriera era la prima volta che affrontava una situazione del genere.

Di 2 in pagella ne aveva messi un bel po’ e anche di bocciature ne aveva affrontate. Ma con il passare degli anni comunicare ai genitori che il proprio figlio non aveva superato gli esami di recupero a settembre richiedeva competenze legali, più che didattiche e umane.

Così ora si trovava a comunicare ad una mamma e ad un papà che la loro figlia Alessia, deliziosa e dal comportamento ineccepibile, aveva però manifestato una preparazione lacunosa e avrebbe dovuto ripetere l’anno. Temeva la loro reazione e il quasi certo ricorso che quella decisione avrebbe potuto far scaturire. Proprio non le andava giù.

E pensava al discorso da mettere in campo. “Meglio – cercava di convincersi – andare giù dura o dar vita a un giro di parole che porti alla medesima sostanza?” Il suo unico scopo era comunque togliersi il dente quanto prima e poi… gestire gli eventi.

Tutto doveva avvenire nella segreteria della scuola e da quel numero preciso. Nessuna possibilità alternativa. Neanche un luogo nel quale trovarsi maggiormente a suo agio e affondare il suo disagio interiore.

Ma perché proprio lei doveva fare quella chiamata? Nella sua materia Alessia non aveva problemi. Ma l’incarico era stato assegnato a lei…

L’ora x era arrivata. Aveva di fronte a sé quel vecchio telefono a tastiera, dai numeri ormai consumati, che le ricordava i suoi tempi. Quelli, cioè, di quando era studentessa. E guai se i professori avessero riferito ai suoi genitori di un rendimento scolastico poco lusinghiero. “Poi a casa facciamo i conti” era la frase che, per fortuna raramente, aveva sentito pronunciare. E a casa i conti, chissà come, quadravano sempre.

“Chiamo il papà o la mamma?” Forse il papà sarà più duro, mentre la mamma potrebbe comprendere meglio le ragioni di quella decisione negativa. 

Pensò così di chiamare prima la mamma. Nessuna risposta. Riprovò dopo cinque minuti. Niente ancora. “Vedrà che la scuola la sta contattando – pensava Marta – e magari sarà lei a richiamare”. Nulla di tutto ciò nei successivi trenta minuti. Quel telefono non era mai stato così silenzioso come quella mattina. E interpretava quel silenzio assordante come un messaggio subliminale.

Era allora divenuto inevitabile chiamare il papà. Respiro lungo e dita incrociate, sperando di non dover arginare un’eruzione di improperi e di minacce di azioni legali. 

Il cellulare squillava. Dall’altra parte rispose una voce possente. Come un fiume in piena, ma scandendo le parole e argomentando bene i concetti, Marta non diede respiro al suo interlocutore. 

Poi si fermò. I secondi passavano. Temeva il peggio e si stava predisponendo in tal senso.

Un colpo di tosse come di chi vuole schiarirsi la voce prima di iniziare a parlare ruppe quei momenti di gelo. Il tono era perentorio, ma in tutt’altra direzione rispetto a come lei si aspettava. 

“Il suo discorso – esordì il papà di Alessia – mi conferma quanto avevo già intuito. Durante questa estate nostra figlia non si è applicata seriamente per tentare di superare l’esame nelle materie da recuperare. Le sta parlando una persona che ha la quinta elementare, ma che avrebbe voluto continuare a studiare. Mi sono tanto sforzato per farle capire quanto sia importante frequentare con profitto la scuola. Mi dispiace per mia figlia che sarà delusa. Ma da genitore le dico che questa bocciatura le servirà da lezione. Sarà un’occasione per maturare. Lei è tutt’altro che incapace”.

Inutile dire che lo stupore aveva avvolto Marta. Era infatti fenomeno più unico che raro incontrare un genitore che avesse rispetto per il lavoro degli insegnanti e non pretendesse di saperne più lui, che non addossasse gli insuccessi della prole ai docenti, che riconoscesse alla scuola competenze di educazione oltre che di istruzione, che sapesse prendere una non ammissione alla classe successiva per quello che era: non un affronto, ma la giusta conseguenza di una preparazione non adeguata ad approcciare le classi successive.

Marta usci da quella telefonata confermata nella dignità, responsabilità e bellezza del suo lavoro.

Pensando al colloquio con quel papà, con una bassa istruzione certificata, ma che aveva proprietà di linguaggio ed alte competenze di vita, rifletté: “A volte la saggezza è inversamente proporzionale al titolo di studio”.

“L’idea oggi invalsa e trionfante è che, se uno studente non studia, è colpa dell’insegnante che non lo sa motivare” (Paola Mastrocola).