Il “nostro” è da tutelare più del “mio”

Il non parlarne (nel nostro caso scriverne) dovrebbe costituire la situazione ordinaria. Di quelle cioè che, essendo ormai definitivamente diventate patrimonio del senso civico di ognuno, non fanno neanche più notizia. E quando è lo sport l’ambito nel quale tutto avviene, il sapore è ancora più gratificante.

Partendo dal cosiddetto “terzo tempo”, l’omaggio che la squadra perdente rende sul campo a quella vincitrice nel pieno spirito decoubertiniano, cominciano a diventare sempre più numerosi gli episodi che hanno invece come palcoscenico il chiuso degli spogliatoi.

Un luogo persino “sacro” sotto certi aspetti, custode delle strategie e delle diverse sensibilità di ogni protagonista, che proprio perché lontano da occhi indiscreti – al netto di fastidiosissime telecamere che vanno a ledere una privacy assolutamente da riconquistare –  può trasformarsi nello sfogatoio di comportamenti lontani dal “minimo sindacale” della buona educazione.

Fatta salva la premessa iniziale, non si può quindi non dare meritato risalto a quanto accaduto di recente al termine della partita tra Latina e Potenza, valida per il campionato di calcio di serie C.

Prima di lasciarlo, la compagine lucana ha ripristinato lo spogliatoio alla stregua di come lo aveva trovato, pulito e già pronto per il successivo utilizzo, ringraziando i padroni di casa laziali per l’ospitalità attraverso il dono di una pianta, da curare nel tempo come i rapporti tra le due società, ispirati all’insegna del rispetto e dell’amicizia.

Bella, stimolante, edificante, la cronaca si ferma qui, ma innesca una riflessione che non sempre trova comunemente terreno fertile, se si allarga la visione dalla sfera privata a quella pubblica.

Che sia una minoranza, quanto sparuta resta però da dimostrare, può solo parzialmente essere consolatorio. Ma l’assunto che dei beni dei quali non si detiene il possesso diretto oppure non si è proprietari si possa disporre a proprio piacimento – finanche a danneggiarli irrimediabilmente e, purtroppo, impunemente – è tutt’altro che peregrino.

A siffatte menti “illuminate” probabilmente sfugge un concetto chiave: il bene a disposizione della collettività attiene ad un livello di salvaguardia ancora maggiore (eticamente sarebbe più “alto”) di quello privato.

È allora compito della stragrande maggioranza intensificare e valorizzare la virtuosità del proprio comportamento, magari evitando anche di restare indifferenti e silenziosi quando si assiste in prima persona ad episodi di dispregio del bene pubblico.

Siamo tutti difensori civici.

“I cittadini di una società civilizzata, le persone cioè che si comportano civilmente, non sono il risultato del caso, ma sono il risultato di un processo educativo” (Karl Popper).