A patto che…

Sembra quasi un effetto indotto, ma ogniqualvolta si sente invocare un patto come soluzione inevitabile per remare tutti dalla stessa parte in un’ottica di rilancio complessivo del paese – come ha recentemente invitato a fare il presidente di Confindustria Carlo Bonomi, e, a seguire, rincarando la dose, anche il premier Mario Draghi, riscontrando tuttavia diffidenze non ancora mitigate in ambito sindacale – il primo pensiero corre alla politica e alle colorite aggettivazioni culinarie che lo hanno corredato nel passato.

Chi non ricorda, ad esempio, senza entrare nel merito delle singole fattispecie né se siano poi stati concretamente onorati (la storia è lì, impietosa, che parla), il patto della crostata di casa Gianni Letta, piuttosto che quello delle sardine (rigorosamente in scatola) nella residenza romana del Senatur? Oppure quello della pajata o quello ancora più recente delle tagliatelle, che ha dato il là al primo governo Conte?

Ricorrere a un patto è sintomatico di una necessità, di un approccio metodologico nell’affrontare le circostanze, che non possono in alcun modo essere sottovalutati. E quella contingente rappresenta davvero una situazione quasi più unica che rara.

Il Paese deve accelerare sulle riforme strutturali e sul percorso di crescita e di sviluppo in ogni campo e attribuire al lavoro un ruolo assolutamente centrale nel contesto complessivo, non soltanto a parole.

E quando la posta in palio diventa decisiva, ecco che la tenuta delle relazioni industriali riaffiora sempre come un tema elevato addirittura ad asset strategico del sistema Italia.

Questo è il momento di dimostrarlo con i fatti, da parte di tutti gli attori in campo, dando vita a comportamenti concludenti e scevri da qualsiasi posizione pregiudizialmente antagonista.

C’è una pace sociale da garantire al paese e una ripresa che non può subire la minima battuta di arresto, proprio ora che è stato riscontrato qualche confortante segnale di inversione di rotta.

Pur se l’epoca risulta difficilmente paragonabile a quella attuale sotto ogni punto di vista, in primis per ragioni di emergenza sanitaria e per l’incessante progresso tecnologico, chissà che non valga la pena rispolverare almeno lo spirito del protocollo del 23 luglio 1993, definibile senz’altro come una sorta di Magna Charta delle relazioni industriali in Italia.

Fu un momento storico, con il quale si pose fine allo scontro tra sindacati e Confindustria, che due anni prima aveva disdettato la scala mobile, il meccanismo con il quale il salario si adeguava automaticamente all’inflazione.

L’accordo del 1993 ha ridefinito il modello organizzativo sindacale e contrattuale, dando vita a nuove regole in materia di contrattazione collettiva e di rappresentatività, alcune delle quali, adeguatamente manutenute, sono state poi “rinverdite” dall’accordo inteconfederale del 15 aprile 2009 sulla riforma degli assetti contrattuali, dal protocollo sulla rappresentanza sindacale del 31 maggio 2013 e, da ultimo, dal Patto della Fabbrica del 9 marzo 2018.

Dalla concertazione al dialogo sociale. Cambiano i tempi, cambia il paese, ma le cosiddette regole d’ingaggio fondamentali non devono cambiare.

Condivisione e corresponsabilità rappresentano le parole chiave per puntare in maniera univoca allo stesso obiettivo: la rinascita del tessuto produttivo, presupposto fondamentale per riacquisire competitività in Europa e nel mondo.

P.S. Morti sul lavoro: la strage continua. A quando una una seria, concreta e definitiva presa di coscienza?