30 giugno e 15 ottobre 2021: due giorni qualunque?

Fra qualche anno, quando potremo auspicabilmente parlare al passato della contingente emergenza sanitaria, quali saranno in Italia per il mondo del lavoro le date “simbolo” che riaffioreranno alla mente come tra le più significative? Direi 30 giugno e 15 ottobre 2021.

Tranne nel caso di alcuni comparti, per i quali la moratoria durerà fino al 31 ottobre, la prima data si riferisce alla giornata di scadenza del blocco dei licenziamenti, che ha posto le aziende, in ragione della pandemia e degli effetti ad essa connessi, nella quasi totale impossibilità di esercitare la legittima libertà di fare impresa, come nessun altro paese in Europa. E questo lungo periodo è durato più di 16 mesi, iniziato il 23 febbraio 2020.

Cosa sia poi accaduto dal 1° luglio 2021 è sotto gli occhi di tutti. Al di là di qualche situazione già di per sé complessa prima del Covid-19, poi accentuatasi nella sua gravità, e di qualche estemporanea iniziativa, le cui forme e modalità di comunicazione a dir poco singolari nei confronti dei lavoratori interessati hanno finito per far perdere peso alla effettiva “sostanza” delle cose, al tirar delle somme non si sono registrate azioni così dirompenti.

E quanto sopra non certamente in virtù della concreta applicazione del cosiddetto “avviso comune” tra associazioni datoriali e rappresentative dei lavoratori, promosso a ridosso del 30 giugno, quanto, invece, della capacità e della lungimiranza delle parti di trovare una soluzione condivisa per consentire alle imprese di dar comunque corso ai piani di riorganizzazione già più volte differiti.

Numerosi infatti sono gli accordi sottoscritti tra azienda ed organizzazioni sindacali in diversi settori merceologici, che costituiscono la classica espressione, nell’ambito di un sistema maturo di relazioni industriali, di uno degli strumenti rientranti nella cosiddetta “contrattazione di anticipo”, utile per prevenire l’insorgere di conflitti (di cui non ce n’è affatto bisogno, soprattutto in questi momenti) e tracciare una strada verso il futuro e le nuove sfide di mercato.

La seconda data – 15 ottobre – è, invece, Il fatidico giorno da “dentro o fuori”. In tutti i sensi, tenuto conto che fino al termine dello stato di emergenza, ad oggi fissato al prossimo 31 dicembre, solo chi sarà munito di green pass valido avrà di fatto la possibilità, salvo rarissime eccezioni, di continuare a prestare l’attività lavorativa e, per gli effetti, di beneficiare della relativa retribuzione.

E ciò, indipendentemente dal luogo e dalla modalità di esecuzione della stessa, visto che nulla rileva, nell’ottica di aggirare eventualmente la normativa specifica per evitare conseguenze, l’essere lavoratore agile e, quindi, in via potenziale, senza avere la necessità di mettere fisicamente piede nella sede aziendale, preservando i colleghi in ufficio da maggiori rischi di contagio.

Sarà un banco di prova non da poco per verificare la tenuta del sistema imprenditoriale italiano, i cui vertici hanno fatto propria, sposandola in pieno, la decisione del governo di non ammettere scappatoie di sorta in merito al fattore abilitante con cui consentire, e in quale modo esclusivo, la prosecuzione dell’attività lavorativa.

Che vi siano allo stesso tempo società che cerchino di facilitare comunque l’accesso al lavoro del personale non vaccinato, per il quale hanno già dichiarato di accollarsi il costo dei tamponi per l’ottenimento della certificazione verde, forse paventando, e per questo provando a scongiurarle, criticità dal punto di vista produttivo, non è assolutamente un mistero.

In una posizione non del tutto analoga a quella datoriale sembrano porsi le organizzazioni sindacali, più orientate ad assecondare la tesi di chi spinge per rendere obbligatorio il vaccino piuttosto che sponsorizzare in pieno il green pass.

Ancora poche ore e avremo le prime risposte. Di certo sarà molto interessante comprendere le successive evoluzioni, non soltanto dialettiche, visto che già si prospettano all’orizzonte difficoltà non da poco per assicurare il normale andamento delle attività di intere filiere, alcune delle quali afferenti anche ai cosiddetti servizi pubblici essenziali.

E allora, a prescindere dai punti di vista e dai diversi approcci nel frattempo manifestatisi: quanto conterà e peserà l’essere coerenti a tutti i costi nel mantenere la barra ferma sul taglio delle decisioni già assunte? Quanto margine ci potrà essere nel rimodularne alcuni aspetti, se all’atto pratico dovessero riscontrarsi oggettive incongruenze e difficoltà di tenuta in senso lato dell’iniziale impianto?