Le Olimpiadi della porta accanto
Quante belle storie, come solo lo sport sa offrire, ha portato alla ribalta questa edizione dei Giochi Olimpici di Tokio, che addirittura fino a pochi giorni dall’inizio rischiava di sventolare bandiera bianca per arrendersi a questa maledetta pandemia.
Quanti aneddoti si sono poi rivelati autentici messaggi di speranza, quante situazioni dietro quel tempo da battere, di fronte a quell’ostacolo da superare, davanti a quell’obiettivo da raggiungere hanno sublimato anni e anni di duro lavoro e sacrificio, spesso nel più assoluto silenzio, a volte persino nel nascondimento, se non addirittura contro ogni altrui decisiva volontà.
Chi non è rimasto colpito, ad esempio, dal ventiquattrenne russo, terzo nella lotta libera 86 kg, uno degli oltre 700 bambini sequestrati nel 2004 durante l’assedio della scuola nell’Ossezia Settentrionale, la repubblica autonoma nella regione del Caucaso. Oppure dalla centometrista della Mauritania, che ha corso bardata dalla testa ai piedi, come vuole la sua religione. Oppure ancora dalla quattordicenne tuffatrice cinese, che con quanto ricaverà dal successo dalla piattaforma dei 10 metri curerà la mamma ammalata.
Eccezion fatta per qualche strascico polemico, alimentato da rimestatori di torbido in cerca di effimera gloria, si è avvertita di netto la sensazione, senza dubbio “figlia” della particolare situazione di emergenza sanitaria mondiale, che l’olimpico non sia un atleta fuori dell’ordinario, ma una persona comune, che soffre per le proprie debolezze, ma che allo stesso tempo le eleva come valore, che si alimenta delle proprie passioni e che rende i sogni non l’orizzonte dell’impossibile, ma il confine di una realtà possibile.
Passino l’agonismo, che resta pur sempre il sale di ogni competizione, e l’esaltazione per le imprese dei propri portacolori, e non solo di quelli, ma credo che ognuno abbia aperto il proprio cuore, se così possiamo dire, all’ascolto del “rovescio della medaglia”.
Di quelle situazioni, cioè, per le quali è stato possibile vivere, immedesimandoci, nella quotidianità travagliata del nostro collega di lavoro, del nostro antipatico coinquilino, persino di quel passante che nelle grandi città incrocerai una sola volta nella tua vita. Alla fine, di quei grandi combattimenti e di quelle sofferenze che si celano dietro l’esistenza di ognuno.
E allora, se mi sono sentito così preso dalla storia di quel campione, che, a differenza di tante altre a me di sicuro più vicine, ha avuto il privilegio di essere risuonata attraverso i mezzi di comunicazione di massa, tradizionali o “social”, non posso farmi trovare impreparato. O peggio, indifferente di fronte al più impercettibile segnale di disagio altrui che mi dovesse arrivare, nelle forme anche meno ortodosse, cercando di stanare persino quell’anonimato dietro il quale possono celarsi reconditi desideri di preservare una dignità, ma anche pericolose sacche di infelicità e di violenza.
Accoglienza, integrazione, solidarietà: tre parole che sanno di buono, tre predisposizioni dell’animo, tre nuove frontiere che dobbiamo imparare a (ri)scoprire in modo assoluto e senza scendere a compromessi, che spesso sanno di alibi alla nostra mancanza di volontà di non “metterci la faccia” per mantenere quella maschera che ci siamo costruiti.
Il sole può sorgere per tutti. Soprattutto quando mi predispongo a vivere l’altro – a prescindere dal colore della pelle, dal credo religioso, dalla condizione economica e sociale – come la proiezione migliore di me stesso.
“Ho imparato che le persone possono dimenticare ciò che hai detto, le persone possono dimenticare ciò che hai fatto, ma le persone non dimenticheranno mai come le hai fatte sentire”. (Maya Angelou)
