Prossimo scatto (d’anzianità)? Forse mai

Che il mondo del lavoro debba costantemente rimodellarsi in funzione delle innovazioni tecnologiche e delle sfide che il mercato globale lancia, è ormai diventato un elemento imprescindibile. Solo assecondando con lungimiranza i cambiamenti – adeguando le strutture organizzative aziendali e predisponendo i collaboratori a porsi continuamente in gioco anche attraverso piani di formazione e di riqualificazione – sarà infatti possibile restare competitivi.

A questa evoluzione si accompagna una situazione di pari modernità in ambito retributivo? Nel 2018 il cosiddetto Patto della Fabbrica tra Confindustria e sindacati, che di sicuro non gode attualmente di ottima salute, considerata la sua tenuta sempre di più messa in discussione, aveva tra gli altri aspetti prospettato alcune sostanziali novità anche in ambito economico.

Sono stati infatti introdotti il Tem (Trattamento economico minimo) e il Tec (Trattamento economico complessivo), la cui composizione è materia demandata alla contrattazione collettiva nazionale di ogni specifica categoria.

Ma un istituto sembra ancora restare immune da qualsiasi ipotesi di variazione, se non addirittura di soppressione, visto che la sua logica riconoscitiva è senza dubbio figlia di tempi ormai andati e lontana dalle dinamiche retributive attuali. In verità qualche contratto collettivo nazionale di lavoro lo ha già abolito, come quello chimico-farmaceutico, ma in molti continua a trovare dignità applicativa. Aspettando con curiosità cosa si verificherà in occasione dei successivi rispettivi rinnovi.

Parliamo degli aumenti periodici (o scatti) di anzianità, configurabili come una sorta di premio alla fedeltà del lavoratore per la sua permanenza in azienda e per il suo contributo fornito alla stessa in funzione della sua esperienza.

Non esiste in tal senso una comune disciplina applicativa e di maturazione tra i contratti collettivi nazionali di lavoro, i cui importi in cifra fissa sono determinati per ciascun livello di inquadramento.

A mo’ di esempio si registrano casi in cui il lavoratore ha diritto a 10 scatti, ognuno ogni 3 anni, come per il CCNL Terziario Confcommercio; altri, come il CCNL Industria Metalmeccanica Privata, prevedono uno scatto per ogni biennio di anzianità di servizio maturato, per un massimo di 5.

Fino a quando potrà ancora sopravvivere, magari solo a livello nominale, un tale appannaggio economico, correlato esclusivamente a una mera situazione di “stanzialità”, se risulta sempre più frequente nelle imprese il riconoscimento di una parte della retribuzione al raggiungimento di specifici obiettivi prefissati?

Con un lavoratore che si avvierà sempre più ad essere una sorta di imprenditore di se stesso, mettendosi frequentemente in discussione alla ricerca di nuovi orizzonti professionali, quanto ha ancora senso riferirsi ad un concetto che sembra ormai pagare dazio alla modernità ed è completamente anacronistico?

Di contro, in verità, non mancano lavoratori il cui stipendio consta del solo minimo contrattuale, senza alcun riconoscimento aggiuntivo a titolo individuale, e l’aumento periodico di anzianità può rappresentare, oltre alle tranche di incremento del detto minimo, l’unica fonte di miglioramento economico.

Riuscirà la contrattazione collettiva nazionale ad individuare una soluzione equidistante, che tenga comunque conto delle diverse esigenze e aspettative dei lavoratori coinvolti, salvaguardando allo stesso tempo quelli dal contenuto professionale meno elevato rispetto a quelli in grado di far leva su una maggiore capacità di autoimporsi da soli nel mercato e ricollocarsi, spuntando condizioni economiche migliori?

Quando non sarà uno scatto di anzianità, in più o in meno, a far la differenza.