Mamme, lavoro e un futuro a volte negato

Non ha avuto neanche un istante per realizzare cosa stesse accadendo. Un rumore cupo e il destino ghermisce la sua vita.

Già, il destino. Spesso ci si trincera dietro questa parola per attribuire all’imponderabile, a un’entità astratta che non possiamo controllare, qualcosa che vorremmo non si verificasse, ma che sappiamo essere lì, dietro l’angolo, pronta a manifestarsi in tutta la sua crudeltà.

Il tempo rimarginerà le ferite. Ma questa volta dovrà essere un tempo infinito, perché se l’indignazione dura il giorno stesso, poi forse il giorno dopo, poi forse solo un altro giorno – quello delle dichiarazioni, condite solo da tanta ipocrisia, di chi in qualsiasi ambito, politico, sindacale, industriale, ha sempre la ricetta giusta per venirne a capo, ma, chissà per quale arcano mistero, resta sempre ferma alle buone intenzioni – si corre il rischio di continuare ad alimentare una sinistra contabilità di morte senza porvi un freno.

Il Covid-19 imperversa mietendo ancora tante vittime, purtroppo nell’ordine di centinaia e centinaia, tanto che il bollettino quotidiano ha finito per ridurre questo numero a un mero dato statistico per il quale non abbiamo più neanche la forza, o forse la voglia, di costernarci, tale è ormai la subentrata rassegnazione.

Una pandemia resta comunque un fatto epocale, una circostanza, al di là delle ragioni scatenanti, purtroppo sfortunata per le generazioni che la subiscono e per gli strascichi che lascia sotto ogni profilo.

Ma morire di lavoro proprio no! È una questione di dignità, di senso civico che viene a mancare, di concreta negazione delle basi su cui dovrebbe poggiare il dipanarsi di una ordinaria quotidianità. Di sogni che traguardano ad un futuro. Negato, come quello riservato a L, la giovane mamma di Prato.

Quante mamme, oggi che ricorre la loro festa – spostata nel 2000 dal tradizionale 8 maggio alla seconda domenica dello stesso mese proprio per consentire a quelle che lavoravano di vivere questa giornata in compagnia dei propri cari – non hanno fatto più ritorno a casa perché soccombenti al cospetto della colpevole superficialità e del miope “tanto non potrà mai capitare e se capita, pazienza” di datori di lavoro senza scrupoli.

Mamme e lavoro. Un binomio tuttora coniugato all’insegna di un equilibrio precario e che spesso conduce a scelte radicali e mortificanti delle proprie aspirazioni extra-familiari. Tante di esse, infatti, durante il lockdown, hanno preferito (più giusto dire sono state di fatto obbligate a) non rimettersi sul mercato perché costrette a restare a casa per seguire, ad esempio, i figli in dad o i genitori anziani, facendo quindi la mamma a tempo pieno in assenza di concrete, anche dal punto di vista economico, forme di supporto.

E dobbiamo dire: meno male che ci sono queste mamme, la spina dorsale del paese. Quelle che si sostituiscono a un welfare insufficiente; che intervengono efficientemente a sanare i bisogni, senza aspettare di risolvere i conflitti di competenza; quelle che, senza gli orpelli della burocrazia, soccorrono chi si trova in stato di necessità, nella maniera più efficace possibile.

A loro oggi un riconoscente pensiero, che vuole essere, lontano da ogni retorica buonista, un tributo d’onore. Alle lavoratrici indefesse, che quotidianamente si spendono, distribuendo equamente infaticabile amore tra lavoro e famiglia; alle nonne – mamme due volte – che si consumano ogni giorno per alleviare le fatiche dei figli, sforzandosi di contenere nipoti esuberanti. E soprattutto alle mamme che non sono più su questa terra, a volte prematuramente sottratte alla vita e alla cura dei familiari, ma di cui affetto e sorriso splendono sempre nel cuore dei figli. E non solo.

Con l’impegno che questo non accada più in modo colpevole.

“Una mamma lavoratrice è come una moneta che non vale mai abbastanza”. (Rachel Griffiths)