Smart working o lavoro in presenza? Parola agli… scimpanzé
Niente sarà più come prima. Quante volte abbiamo ascoltato e letto questa frase, riferendola alla vita di tutti i giorni, come conseguenza di carattere generale derivata dal diffondersi della pandemia.
Ma uno degli ambiti ove questa situazione di netta discontinuità con il passato si è manifestata in modo più eclatante è senza dubbio il mondo del lavoro attraverso la vera e propria rivoluzione copernicana dello smart working.
Già molto tempo prima che la fase acuta dei contagi vivesse la sua parabola discendente, molte imprese avevano tuttavia già dato luogo ad azioni volte a pianificare gradualmente il rientro del personale all’interno delle sedi. Fino a ripristinare tutti i giorni di presenza in ufficio? Attraverso una rimodulazione concordata dei giorni da trascorrere all’interno o all’esterno delle quattro mura aziendali?
Fatta eccezione per attività e settori merceologici per i quali il lavoro da remoto è operativamente non applicabile, ecco che il modello cosiddetto ibrido costituisce la soluzione migliore, buona per tutte le stagioni.
Individuare la classica via di mezzo al fine di cercare di accontentare tutti o, al contrario, di tentare di scontentare quanto meno possibile, non è sempre facile. Fare sintesi tra la salvaguardia delle esigenze collettive e le istanze provenienti dal singolo dipendente è infatti materia molto delicata, che sottopone a una prova di tenuta non da poco le organizzazioni aziendali con l’avverarsi di un nuovo equilibrio tra il lavoro e la vita privata determinatosi a seguito del Covid-19.
Le situazioni oggetto di valutazione possono essere molteplici. Alcuni desidererebbero continuare con lo smart working per non essere soggetti a vincoli di orario, altri perché vorrebbero evitare il ricorso ai mezzi pubblici, altri ancora si sono trasferiti a centinaia di chilometri di distanza dalla sede e qualcuno non si è fatto mai vedere neppure dopo la fine del lockdown, continuando imperterrito a operare da remoto.
Come gestire le dinamiche all’interno di un gruppo in relazione alla eterogeneità dei componenti non solo dal punto di vista anagrafico, ma anche culturale, sociale e “tecnologico” è diventata la vera sfida, presupponendo una visione che vada ben oltre la sfera tipicamente lavorativa.
Ma l’ufficio resta pur sempre un luogo di socialità, di relazione, di sana conversazione alla famosa macchinetta del caffè. Proprio per questa ragione è necessario che venga stabilita una soglia minima di presenza, anche contemporanea, sul posto di lavoro per suscitare quella voglia di incontrarsi di nuovo. In tal senso ben vengano anche tutte quelle iniziative di wellbeing con le quali l’azienda organizza attività extralavorative allo scopo di cementare il rapporto tra i colleghi e le loro famiglie.
Potrebbe sembrare un paradosso, ma il lavoro in presenza stimola l’innovazione perché solo quando le persone occupano la stessa stanza “fisica” e non virtuale conoscenza e creatività si alimentano.
Ce lo dicono anche gli… scimpanzé. Secondo il paleoantropologo francese Pascal Picq le imprese dovrebbero ispirarsi a questi primati per assicurare la più saggia flessibilità all’interno delle proprie organizzazioni.
Il principio al quale fa riferimento lo studioso francese tradisce una terminologia di sicuro più ricorrente nel campo dell’energia nucleare. Parla infatti di fissione e fusione, associandole rispettivamente all’idea che all’inizio sia più opportuno separarsi per condurre determinate azioni a livello individuale e poi riunirsi per preservare la compattezza del gruppo.
Smart working e lavoro in presenza: caccia alla convivenza perfetta.



