Settimana corta, è solo questione di giorni?

Che sia diventato un orientamento sempre più diffuso, e sotto certi aspetti ormai non più così sorprendente, lo testimonia il numero dei paesi in costante aumento, chi con una esperienza già in corso, chi ancora alle prime battute, ma con le idee già abbastanza chiare.

A questa seconda categoria da qualche giorno si è iscritto di diritto anche il Belgio, il cui governo ha recentemente avviato un progetto per passare a una settimana lavorativa di solo quattro giorni, pur mantenendo invariato il numero complessivo delle ore di lavoro da prestare.

Rispetto ad altre nazioni, nelle quali la riduzione del numero delle giornate di lavoro settimanali ha comportato anche un decremento delle ore lavorative, come le 32 ore della Spagna, per quanto a titolo sperimentale e per le sole aziende aderenti, nello stato belga tale misura non è stata accolta con molto favore dal sindacato.

Quest’ultimo, infatti, auspicherebbe una riduzione secca dell’orario di lavoro – la tendenza generale nei paesi già con qualche esperienza in merito – e non una mera compressione del numero di giorni, che di riflesso porterebbe a un aumento del numero quotidiano di ore da prestare.

Il confronto tra governo e parti sociali belghe è comunque ancora in una fase di studio e vi sarà il tempo per apportare tutte le azioni di miglioramento. Già si presenta tuttavia apprezzabile, tra le altre norme previste, la possibilità concessa al dipendente di lavorare più ore in una settimana e di meno in quella successiva, in un discorso di media plurisettimanale, per assecondare le proprie esigenze personali e familiari, tenendo sempre conto di quelle produttive aziendali.

Non v’è dubbio che la pandemia abbia condotto alla necessità di una complessiva rivisitazione del sistema organizzativo delle imprese e della gestione dell’orario di lavoro anche in funzione della nuova “gerarchia delle priorità” scaturite dalla pandemia stessa e avvalorate dal fenomeno mondiale delle “Grandi Dimissioni”.

La conciliazione tra vita professionale e vita familiare è ormai diventata per i lavoratori una situazione imprescindibile. E l’orario di lavoro, nella sua accezione giornaliera e settimanale, risulta l’elemento chiave per comprendere con quanta convinta lungimiranza le imprese intraprendono politiche virtuose o meno per garantire al proprio personale concreti margini di flessibilità.

Proiettando il ragionamento nei nostri confini, viene difficile pensare ad una riduzione per legge della settimana lavorativa, quando invece sarebbe più opportuno, come il passato ci insegna,  demandare questa possibilità alla contrattazione collettiva, soprattutto di secondo livello. A prescindere dalle latitudini, però, tutto non può che ruotare attorno alla positiva coniugazione di un binomio fondamentale: produttività e costo del lavoro.

Che queste due variabili debbano essere quanto più possibile allineate è fuori discussione, rendendo sempre più centrale il modello contrattuale come elemento equilibratore tra di esse.

Allo stesso tempo, che vi siano fattori esterni alla disponibilità delle parti sociali nell’intervenire sulla produttività è altrettanto indubitabile: tecnologia, ricerca, sviluppo e, non da ultimo, capitale umano restano le principali chiavi di volta per governarla e migliorarla.

Lo snodo cruciale, però, si determinerà sulla contemporanea accessibilità e complementarietà di una serie di strumenti, che dovranno essere intesi come tessere di un unico mosaico in un’ottica di modernizzazione (che non significa deregolamentazione) sempre più necessaria del mercato del lavoro. Si pensi, ad esempio, allo smart working, alla formazione continua, alla riqualificazione professionale. Ed è questa la vera sfida da affrontare. Riduzione o non dell’orario di lavoro.