Cosa può nascondersi o manifestarsi in una riforma

Anche nel mondo del lavoro, e suoi “derivati”, potremmo dire, la parola d’ordine vigente è la stessa che caratterizza numerosi ambiti dell’intero paese: riforma.

Si passa, ad esempio, da quella delle pensioni, attraverso il tentativo di rimodulare diverse e più favorevoli condizioni di accesso per evitare il salto nel vuoto dopo la scadenza di quota 100, a quella degli ammortizzatori sociali, strutturata, secondo quanto emerge dalle bozze circolate, all’insegna del “c’è posto per tutti”.

E come si articolerà in via definitiva il cosiddetto decreto “antidelocalizzazioni”, sperando che al tirar delle somme non produca l’effetto inverso a quello auspicato e si trasformi in un deterrente agli investimenti esteri piuttosto che in facilitatore del radicamento della presenza delle aziende, multinazionali in primis, nel nostro paese?

Verso quale obiettivo condurrà il dibattito in corso sul salario minimo, che ha visto scendere in campo opposte scuole di pensiero nell’agone politico sulla necessità o meno di stabilirlo per legge?

Quanto, invece, sarebbe più opportuno continuare a lasciarlo determinare dalla contrattazione collettiva seria, non da quella “pirata”, e contrastare fermamente il fenomeno del lavoro sottopagato e in nero, in più di una circostanza rivelatosi lo specchio riflesso della mancanza dei requisiti minimi di sicurezza e prodromico di circostanze nefaste?

Sebbene ogni riforma che si rispetti debba fare i conti con le disponibilità economiche ad essa destinabili, parlare di pensioni e di ammortizzatori sociali – senza dubbio due tra i temi più caldi nell’agenda degli addetti ai lavori – senza che vi sia un contraltare meno conservativo e più orientato in prospettiva come, ad esempio, una profonda e complessiva rivisitazione del mercato delle politiche attive, potrebbe rendere vano ogni sforzo dopo qualche anno.

Vero è che un adeguamento sostenibile del sistema previdenziale si manifesta indispensabile nell’ottica di provare a garantire ai giovani di oggi, al termine del loro percorso lavorativo, un trattamento pensionistico almeno dignitoso. Ma è altrettanto vero che forse andrebbero sin da ora poste la basi per una soluzione innovativa, sotto certi versi anche anticipativa delle dinamiche che inevitabilmente andranno a consolidarsi nel mondo del lavoro del futuro.

Gli stessi fondi di previdenza di categoria per i lavoratori dipendenti – ammesso che esisterà ancora una separazione così netta con quelli autonomi – potrebbero altresì rischiare di perdere la loro peculiare caratteristica di complementarietà in assenza di un “primo pilastro” pubblico economicamente almeno supportivo.

Viene infatti ancora difficile ipotizzare (e chissà se mai vi si potrà tendere), soprattutto per le fasce di lavoratori meno abbienti, a una pensione che si maturi e si determini solamente in relazione a quanto ognuno è stato in grado di versare da sè.

Medesimo discorso può essere esteso anche agli ammortizzatori sociali, la cui esigenza di dover procedere a un restyling è stata condizionata ed accelerata dagli impatti che in particolare per le medie e piccole imprese ha provocato la pandemia.

Non è più il tempo dell’assistenzialismo fine a se stesso, ma si implementino, invece, interventi che siano orientati alla salvaguardia della capacità reddituale di chi vive situazioni lavorative di momentanea contrazione, purché inserite in un percorso di potenziale ripristino della normalità, con la possibilità che aziende e organizzazioni sindacali concorrano a integrare le previsioni economiche statali attraverso l’istituzione, laddove non già introdotti, dei cosiddetti fondi di solidarietà bilaterali.

Pensare a soluzioni di piccolo cabotaggio e di ridotto spettro solo per gestire l’immediato, senza creare i presupposti per traguardare ad un domani più solido, è un rischio che non possiamo più permetterci di correre.