Vivere in fabbrica per far vivere la fabbrica
Se vi prospettassero di considerare, per un periodo di tempo lungo o comunque non definito (ma anche breve forse sarebbe la stessa cosa), in funzione di “superiori esigenze economiche”, la fabbrica non solo un luogo di lavoro, ma anche l’unico luogo possibile dove vivere, come reagireste?
Di getto, probabilmente, la prima affermazione sarebbe quella di reputare almeno singolare, per usare un eufemismo, la stessa domanda. E, di riflesso, qualsiasi eventuale risposta che non fosse quella di ritenere in re ipsa impraticabile una circostanza del genere.
Eppure si tratta di una situazione realmente accaduta.
In Vietnam, paese nel quale migliaia di aziende del cosiddetto Occidente evoluto dirottano la produzione in virtù di un costo del lavoro inferiore, molti operai sono stati costretti a scegliere tra la perdita del posto, laddove la loro fabbrica fosse stata chiusa per il Covid-19, e la “delocalizzazione” della loro vita all’interno della fabbrica stessa, in un magazzino trasformato in una enorme camera da letto, con materassi distribuiti a terra, unico diversivo tra mensa e catena di montaggio. Quali benefit? Vaccino e aumento di stipendio.
Si è implementata, in sintesi, una sorta di smart working al contrario: per quelle aziende in Vietnam la pandemia, anzichè bloccare tutti a casa a proseguire le attività lavorative da remoto, ha finito per indurre in maniera forzata gli addetti a restare ininterrottamente sul luogo di lavoro per garantire la produzione. Per diversi mesi la sede aziendale è divenuta lo scrigno di questa “bolla”.
Farebbe amaramente sorridere, se non facesse invece piangere, che tutta questa necessità di mantenere attiva la produzione sia stata sponsorizzata dallo stesso governo vietnamita allo scopo di consentire agli investitori stranieri, in prevalenza società nell’ambito dell’Hi Tech, di non interrompere la fornitura dei loro prodotti in un periodo decisivo dal punto di vista commerciale, come quello tra Natale (ora che si può nuovamente citare) e il nuovo anno.
È successo lì. È un modello replicabile altrove?
Subiamo tutte le ricadute di questa pandemia che non accenna a lasciarci e ci conduce sull’orlo di una catastrofe economica planetaria senza precedenti. È necessario, quindi, contemperare sempre le esigenze di salute collettiva con quelle della continuità operativa, anche al fine di riconoscere un reddito ai singoli.
In Occidente la misura per assicurare un gettito costante a imprese e famiglie in tempo di lockdown si è realizzata anche ricorrendo a diverse forme e modalità di ammortizzatori sociali. È chiaro che si tratta di misure tampone, non strutturali, applicabili solo in via temporanea, perchè la produzione prima o poi (meglio prima) dovrà pure ripartire. Il modello vietnamita suggerisce, invece, una prospettiva inversa: stante l’emergenza, come misura eccezionale si è preferito barricare le persone non in casa, bensì sul luogo di lavoro, rendendo telematici, piuttosto, i rapporti familiari, ma con ciò puntando alla tenuta dell’economia, per il benessere di tutti.
La valutazione politica ha dato la priorità alle istanze provenienti da colossi economici delle Hi Tech: perdere questi clienti avrebbe significato una decisa riduzione del pil, da cui difficilmente la nazione si sarebbe potuta riprendere. Dunque meglio un pesante sacrificio di pochi, del resto a termine, a beneficio della collettività.
Risulterebbe oltremodo interessante ascoltare gli operai coinvolti da questa misura: sarà stato prevalente in loro il sentimento di eroico orgoglio di concorrere al bene di tutti o quello di umiliazione per essere costretti a tanto dalla necessità di difendere il proprio posto di lavoro e un introito a beneficio della famiglia?
