Dimmi che orario di lavoro fai e ti dirò che azienda sei
Cosa insegna – o conferma, come potrebbero sostenere i “lungimiranti della prima ora” in materia – tutto il fermento che si sta manifestando in queste ore intorno al tema della riduzione delle giornate di lavoro settimanali? La prima risposta, o forse addirittura l’unica possibile in chiave positiva, è che dove e quando interviene la contrattazione collettiva seria e responsabile, il senso di una possibile rivoluzione acquisisce concretezza e capacità di guardare lontano.
Sono ormai diventate numerose e sempre più incisive le variabili di carattere economico e sociale che rendono improcrastinabile l’affrontare non più come un discorso meramente accademico la rimodulazione dei tempi tra vita professionale e vita privata. E calarla dall’alto nel caso vi fosse una legge a imporne criteri e modalità di attuazione, come in alcuni paesi europei è già avvenuto, finirebbe per svilire alla radice l’esigenza di assecondare lungo i binari di un’inevitabile modernità il mondo del lavoro che si trasforma.
Ben vengano, quindi, tutte le soluzioni in grado di attribuire all’orario di lavoro, uno dei moloch solo fino a pochi anni fa ancora invalicabile, una cornice che, pur continuando a prevedere l’applicazione di alcuni principi inderogabili – come quelli legati, per esempio, alla salute e alla sicurezza o al diritto alla disconnessione, uno degli elementi distintivi dello smart working – sia in grado di coniugare al meglio le legittime aspettative e aspirazioni di tutti gli attori in campo.
La conciliazione tra vita professionale e vita familiare è ormai diventata per i lavoratori una situazione imprescindibile. E l’orario di lavoro, nella sua accezione giornaliera e settimanale, risulta l’elemento chiave per comprendere con quanta convinta lungimiranza le imprese intraprendono politiche virtuose o meno per garantire al proprio personale concreti margini di flessibilità.
Un minimo incremento del numero di ore di lavoro quotidiano da prestare, con la prospettiva di diminuire complessivamente quello settimanale, a parità di retribuzione? Perché no, soprattutto se il tutto possa essere rimesso alla volontarietà dei dipendenti e non si configuri come una imposizione di parte datoriale.
Letta da un’altra prospettiva, una situazione del genere potrebbe costituire un indubbio banco di prova per testare bontà e tenuta delle organizzazioni aziendali, nelle quali coesisteranno dipendenti che vorranno cogliere al volo questa opportunità e dipendenti che invece preferiranno mantenere lo status quo.
Anche attraverso le risultanze di questa gestione si comprenderà qualità e livello delle azioni messe in campo dalle imprese nel corso di questi ultimi anni per restare competitive nel mercato di riferimento ed essere attrattive verso le nuove generazioni di lavoratori.
Resta comunque ancora irrisolto un tabù, a cui è probabilmente legata la buona riuscita di ogni azione connessa alla diminuzione di orario: la produttività, partendo innanzitutto dal comprenderne l’esatto significato e dall’indicare i parametri più congrui per individuarla e valorizzarla, sia nell’interesse delle aziende che dei lavoratori.
Ma quando si parla di produttività non possono essere ignorate (anzi) le dinamiche che sottendono al costo del lavoro. Sono due variabili da tenere in debita considerazione, che vanno declinate in maniera sinergica. Ed è questa la vera sfida da affrontare. Riduzione o non dell’orario di lavoro.
E probabilmente, ampliando il discorso, la domanda da farsi è anche un’altra: fino a quanto il dipendente sarebbe disposto a rinunciare persino a quote di retribuzione per avere maggiori spazi di libertà dal lavoro?
Oppure, ammesso e non concesso che un domani, anche molto prossimo, il significato e la pratica applicazione dell’orario di lavoro saranno coniugati in modalità completamente diversa da quella attuale, quanta retribuzione “fissa” sarebbe disposto a mettere in campo in funzione di una retribuzione variabile più sfidante?
E a quanta di quest’ultima, legata ad obiettivi certi e raggiungibili, potranno correlarsi non solo gratificazioni di carattere economico, ma anche elementi complementari che riguardino sia il welfare nella attuale accezione che una minor presenza al lavoro?
Non esistono soluzioni preconfezionate, ma che costo del lavoro e produttività siano due variabili da tenere quanto più possibile allineate è fuori discussione, rendendo sempre più centrale il modello contrattuale come elemento equilibratore tra i due fattori.
Allo stesso tempo, che vi siano fattori esterni alla disponibilità delle parti sociali nell’intervenire sulla produttività è altrettanto indubitabile: tecnologia, ricerca, sviluppo e, non da ultimo, capitale umano restano le principali chiavi di volta per governarla e migliorarla.



