Dal Qatar all’Italia: la sicurezza sul lavoro non può avere confini
Avevo già deciso da tempo, ben prima che l’ex calciatore francese Eric Cantona si rendesse autore sull’argomento di una dichiarazione senza peli sulla lingua, al pari delle sue spesso istrioniche giocate sul rettangolo verde (e qualche volta anche fuori…), di mettere in campo un mio personale boicottaggio nei confronti dei Mondiali di calcio in Qatar, ignorandoli completamente sotto qualsiasi forma.
No, non è per il venir meno dello spirito patriottico, in verità recentemente messo a dura prova, verso l’undici di Roberto Mancini – ammesso che riuscirà a spuntarla negli spareggi di marzo – ma per tutte le vicissitudini e le conseguenze scaturite dall’organizzazione e dalla realizzazione delle relative infrastrutture. In primis dal punto di vista della sicurezza e della salute sui luoghi di lavoro delle maestranze allo scopo impegnate.
Un’inchiesta del quotidiano britannico The Guardian, non un giornale qualunque, ha rivelato che dal 2010, anno di assegnazione della manifestazione sportiva al ricchissimo, piccolo stato arabo, sono decedute oltre 6.500 persone. Impegnate, per la stragrande maggioranza, direttamente o indirettamente, nella costruzione di stadi, strade, alberghi, nuovi sistemi di trasporto pubblico e tante altre ostentazioni logistiche date in pasto per accreditarsi e consacrarsi definitivamente agli occhi dell’opinione pubblica in vista dell’appuntamento di novembre.
Quella qatariota sarà pure una situazione limite, anche per quanto riguarda il valore e il concetto della vita in sé, e certamente lontana per storia, cultura, tradizioni e tante altre dinamiche sociali dagli standard normativi della nostra penisola.
A titolo esemplificativo si pensi che solo nel 2020 il paese ha abolito, almeno formalmente ma non di fatto, la cosiddetta kafala, quella norma interna che impedisce ai dipendenti di cambiare impiego o di lasciare il Qatar senza espressa autorizzazione del datore di lavoro, e reso i turni meno massacranti in conseguenza delle elevate temperature.
Ma per quanto assolutamente realtà tra di loro non paragonabili, più volte da queste pagine è stato posto l’accento sul tema della sicurezza nei luoghi di lavoro in Italia, da perseguire senza se e senza ma perché è diventata un’urgenza. Il 2021 ci ha lasciato alle spalle un bilancio di circa 1000 decessi, più di tre al giorno, e purtroppo, in maniera ancora più intollerabile, la contabilità è tristemente ricominciata.
Lasciare questa terra a 18 anni, a qualche ora dalla definitiva conclusione del progetto al quale il povero Lorenzo aveva preso parte – inserito nel percorso per le competenze trasversali e l’orientamento, la vecchia alternanza scuola-lavoro – non ha il classico sapore del destino beffardo, ma quello dell’amarezza per una esistenza che si è spezzata al suo primo confronto con una circostanza di lavoro, stroncando sul nascere un futuro ricco di sogni e del desiderio di realizzarsi in ciò che più gli piaceva fare.
Registrare nuovamente l’ennesimo episodio di cronaca nera proveniente da un cantiere o da una fabbrica è la dimostrazione che le soluzioni messe in campo, alcune anche di recente, per tentare di mitigare questo triste fenomeno, restano ancora del tutto insufficienti.
Sarebbe il caso, intanto, di provare a stroncare un costume tutt’altro che edificante: quello della costernazione a tempo determinato e delle dichiarazioni di circostanza da parte di chi dovrebbe occuparsene, pur con diversi livelli e ambiti di responsabilità, per poi ritornare a ignorarne la gravità e far passare tutto nel proverbiale dimenticatoio.
La constatazione più amara è che spesso ci si indigna più facilmente per “fantasmi” di cui qualcuno è bravo a costruire una storytelling allo scopo di calamitare consensi, piuttosto che per argomenti in cui la vita, per le altrui inefficienze e mancanze, rischia di restare appesa ad un filo. E spesso non solo in senso figurativo.
Morire in circostanze di lavoro pone giovani e meno giovani sullo stesso piano, senza alcuna distinzione di sorta, anche anagrafica, in funzione del dolore che attanaglia la rispettiva famiglia di ogni sfortunato lavoratore.
Non v’è dubbio, però, che quando perde la vita un ragazzo diventato da poco maggiorenne, per giunta alla sua prima esperienza in quel lavoro al quale si stava predisponendo anche attraverso lo studio sui banchi di scuola, si resta ancor di più senza parole.
Una società come la nostra, che si definisce civile, non può più permettersi di pagare un simile prezzo.
