Cercasi riconoscenza disperatamente
Quanto conta nel mondo del lavoro la riconoscenza?
O meglio, riconducendola a un significato che non sia tipicamente quello di una misurazione: quanto è diffusa come manifestazione tangibile? Sia da parte del manager verso i propri collaboratori che viceversa? Oppure nei riguardi di chi ha lasciato la società e al momento del passaggio di consegne ha investito un collaboratore del ruolo che fu suo, al netto di successive variazioni organizzative?
È più difficile essere “ricettore” o “esternatore” di questo sentimento?
Nel nostro caso non si parla del semplice grazie – che di per sé già sarebbe tanta roba – ad esempio per il buon esito di un progetto o per un eventuale appannaggio economico scaturito in funzione di esso. Il tutto, infatti, avrebbe il mero sapore di una scontata materialità, che spesso rende gli ambienti di lavoro freddi e distanti da quel clima da “seconda famiglia” di cui molti imprenditori vorrebbero permeare le proprie aziende.
Probabilmente le risposte ai quesiti posti in apertura risiedono nella capacità di chiedere innanzitutto alla propria coscienza, all’insegna di una onestà intellettuale che non dovrebbe mai essere mandata in archivio, quanto abbiano complessivamente influito le proprie capacità nel raggiungere determinate posizioni, siano o meno apicali, rispetto a fattori non sempre ispirati a criteri di inappuntabile oggettività.
Ecco perché nella vita professionale ognuno di noi si sarà imbattuto o si imbatterà in una o più persone che avranno rappresentato o rappresenteranno delle autentiche pietre miliari a cui riconoscere, appunto, un’impronta, se non fondamentale, quantomeno decisiva.
Viene in mente il classico “facilitatore” di carriera, che asseconda l’aspirazione di un collaboratore, a volte priva di “sostanza” effettiva. Ma forse ha un peso maggiore chi, dall’alto della sua anzianità e lungimiranza maturate sul campo, non ritenendolo all’altezza, è stato in grado dapprima di mitigarla e poi di farla definitivamente sfumare.
Spesso si tende a dimenticare quanto queste persone in un certo senso “speciali” possano aver contribuito a rendere l’altrui percorso professionale più lineare e meno frastagliato.
Dinamiche particolari, non v’è dubbio, che non sempre sono circoscritte all’ambito della comune militanza aziendale, ma diventano insegnamenti validi per tutte le stagioni della vita, impartiti magari brandendo più il bastone di una severità d’altri tempi, a lungo andare sempre appagante, piuttosto che la carota del lasciar scorrere le cose in modalità ordinaria.
Lo si evince soprattutto qualora le strade dovessero dividersi, perché chi beneficerà delle prestazioni lavorative della nuova risorsa valuterà quest’ultima soltanto per ciò che effettivamente sarà in grado di fare, non avendo alcun “occhio di riguardo” o pregiudizio di sorta.
E magari verrà naturale ricordare (e ringraziare virtualmente, almeno con il cuore) quella persona, manager o normale impiegato che fosse, dal quale si riusciva ad acquisire non solo nozioni ed accorgimenti tecnici, ma anche ad apprendere e mettere in pratica uno stile di comportamento, semplicemente guardandolo negli occhi.
