Se attiene al bello, non è tempo perso

Tempo, libertà, vita. Possono essere coniugati in pienezza? Avere poco tempo può significare godere di poca libertà per la propria vita?

Quella che dalla notte dei tempi (appunto…) è una convenzione, “rischia” di essere il bene più prezioso della nostra epoca. Troppi eventi, a noi lontani e vicini, sia dal punto di vista geografico che emotivo, quasi invitano a sperare che le lancette si muovano lentamente, senza la solita frequenza.

Un orologio che si ferma per assaporare al meglio il momento presente lascia un sapore di compiutezza. “Sono certo di ciò che ho fatto. Almeno questo…” potrebbe essere lo slogan che incarna al meglio questo atteggiamento.

L’orologio che invece corre verso il futuro, fissando molto in là un obiettivo da raggiungere, può scoccare le ore scandendo un ritmo preciso ed accompagnando di giorno in giorno quel sano desiderio di costruire una certezza, seppur non immediata.

Entrambe le situazioni tuttavia hanno in comune un aspetto molto importante: quello di non attendere che il proprio destino venga ispirato e condizionato da fattori verso i quali non si può intervenire.

In altre parole, riprendere in mano la propria vita riassegnando ad essa le giuste priorità spetta soltanto a noi. Crearsi un alibi spesso è un modo per non mettersi in gioco e lasciar scorrere il tempo attendendo invano.

S, imprenditore pugliese di 59 anni, l’ha capito. Con il suo camper, vero e proprio ufficio itinerante, cambia la propria sede di lavoro, a volte per più di una volta al giorno, per gustare le bellezze naturalistiche della Puglia, avendo solo l’imbarazzo della scelta. Lui e i suoi collaboratori, chiamati i “nomadi digitali”, perché a loro volta girano lo Stivale con lo stesso scopo e con le stesse “attrezzature di lavoro”.

Non tutti possono beneficiare della stessa opportunità per ragioni economiche e tipologia di attività, che spesso non consente di svincolarsi dalla stanzialità di un ufficio o di una fabbrica.

Ma in questo caso il messaggio travalica l’aspetto lavorativo. Qui c’è un sotteso concetto della riscoperta del bello che Madre Natura ci offre a portata di mano, pardon di occhi.

Ovunque direzioniamo il nostro sguardo, anche semplicemente, si fa per dire, alzando la testa ed ammirando un cielo azzurro, la nostra anima abbandona, foss’anche per pochi momenti, il torpore in cui è immersa per vivere una fase di rinascita interiore.

Spesso andiamo alla ricerca di cose così effimere per tentare di dare un senso alla vita, che ci illudiamo di aver preso la direzione giusta, mentre poco dopo la realtà ci pone di fronte alla dura concretezza dei fatti.

Ammirare la bellezza della natura non farà mai, ad esempio, cessare le guerre o mettere la parola fine ai dissapori in famiglia. Ma quando l’anima si alimenta dell’essenziale – che, in questo caso, per parafrasare la famosa citazione di Antoine de Saint-Exupéry ne Il Piccolo Principe, è tutt’altro che invisibile agli occhi – è la persona che diventa figlia della bellezza.

E si è in grado di guardare il mondo attraverso l’introspezione dell’anima.

“Il cielo è il pane quotidiano degli occhi” (Ralph Waldo Emerson).