Tra fuoriclasse e atleti “normali”: a vincere è sempre la squadra
LeBron James, Anthony Davis, Russell Westbrook, Carmelo Anthony. Fuoriclasse del basket statunitense alla ricerca di nuovi orizzonti professionali? Assolutamente no! E allora perché vengono tirati in ballo se le nostre riflessioni periodiche si muovono in un contesto che vede nel lavoro il terreno fertile nel quale elaborarle?
Semplice. Perché il mondo dello sport ci offre frequentemente situazioni coincidenti con quelle che si manifestano nelle nostre imprese. Dinamiche simili, che conducono agli stessi risultati. O agli stessi fallimenti.
Prima dell’inizio del campionato quasi tutti sostenevano che con un poker di atleti di siffatto calibro la loro squadra, i Los Angeles Lakers, appena due anni fa vincitrice dell’anello con solo due dei quattro atleti citati in organico, avrebbe fatto un solo boccone degli avversari.
Invece la compagine californiana non solo non potrà concorrere per il titolo, ma risulta anche già fuori dai giochi prima che la stagione entri nel vivo con i play-off.
L’equazione giocatori migliori = successo assicurato non sempre si traduce in realtà. Perché, come si verifica nelle organizzazioni aziendali, le punte di diamante possono farti vincere tante partite, ma il torneo se lo aggiudica la squadra in grado di amalgamare al meglio e più a lungo le risorse pregiate con quelle che spesso fanno un lavoro oscuro, di ridotta visibilità, ma di importanza fondamentale nell’economia di un gruppo.
Decisivo in tal senso il ruolo del leader, chiamato a percepire in anticipo tutti i segnali d’allarme che potrebbero minare gli equilibri a volte faticosamente costruiti all’interno del team, esaltando al contempo, nell’ottica di fare perfetta sintesi, le diverse capacità e attitudini dei propri collaboratori.
Quante volte, infatti, soprattutto in questi ultimi tempi, analizzando il fenomeno globale delle cosiddette “Grandi Dimissioni” è emerso prepotentemente che, tra le cause scatenanti, quella di un rapporto non idilliaco con il diretto responsabile sia una delle più plausibili e gettonate. E ciò coinvolge sia la cosiddetta “punta di diamante”, che di sicuro ha più mercato, ma anche il dipendente, definiamolo così, ordinario.
Non sarà quindi solo una coincidenza se molti campioni, una volta appesi scarpette e attrezzi del mestiere al fatidico chiodo, si convertano al termine della loro attività agonistica in manager d’azienda, formatori o consulenti in generale sulla gestione di un team e sulle tanto strombazzate soft skills, proprio calando nel concreto quanto appreso durante la loro carriera direttamente sul campo e dai loro allenatori.
Trattare i collaboratori con pari dignità non significa quindi gratificare tutti allo stesso modo allo scopo di mantenere il democristiano “quieto vivere”, ma saper attribuire alla differenza di “peso”, competenza ed esperienza le leve giuste per motivare congrui distinguo tra risorse e risorse.
Meglio allora in una organizzazione poter contare su collaboratori in possesso di un complessivo elevato livello di preparazione e di adeguata “messa a terra” del loro know how, piuttosto che, mutuando dal linguaggio sportivo, su qualche fuoriclasse che, sapendo di essere tale, condizioni con la sua “ingombrante” presenza il resto del gruppo?
Per restare in tema, c’è sicuramente bisogno sia di chi faccia canestro, applicando uno schema di gioco che coinvolga tutta la squadra, ma anche di chi prenda i rimbalzi, recuperi i palloni persi e si renda autore dell’assist.

