Regole ed eccezioni: tra individuo e collettività

Due vicende dalle ripercussioni diametralmente opposte. L’una di rilevanza addirittura mondiale, come quella che vede coinvolto il numero uno del tennis Novak Djokovic. L’altra di respiro nazionale, che pone sotto la luce dei riflettori una nota azienda leader del settore alimentare, la Amadori, e il licenziamento non di un quisque de populo, ma addirittura della nipote del fondatore.

La prima è deflagrata in questi giorni con una deriva che ha trasformato il rettangolo di gioco degli Australian Open in un campo nel quale servizio, diritto (in questo caso soprattutto nel senso giuridico del termine) e rovescio hanno finito per acquisire un significato distante anni luce da quello meramente sportivo.

La seconda, invece, si è concretizzata attraverso una formale comunicazione di interruzione del rapporto di lavoro, che, come atto in sé, non rivestirebbe alcun carattere straordinario, se non la destinataria.

Contesti senza dubbio distanti, quello della racchetta e quello dell’impresa. Eppure il comune denominatore che in questo caso li vede perfettamente allineati sui due piatti della stessa bilancia si chiama rispetto delle regole.

All’interno di ogni organizzazione, dalla famiglia stessa al condominio, per esempio, ma in generale in qualsiasi agglomerato di persone – senza scomodare San Benedetto, alla cui regola si ispirano i migliori corsi e seminari per manager ed executive – la normale convivenza si fonda su un equilibrio dettato dal sapere puntualmente chi fa che cosa e cosa si può fare e cosa non si può fare.

Potrebbero sembrare considerazioni banali, ma spesso risiede nella semplicità con le quali le regole sono pensate la chiave di volta per garantire a coloro i quali devono poi farle effettivamente applicare la più naturale ricezione possibile da parte di chi, invece, deve assecondarle e rispettarle.

Forse sono proprio le organizzazioni nelle quali vengono favorite le eccezioni “che confermano la regola”, come il noto detto ci ricorda, quelle più suscettibili di scricchiolii, a prescindere dalla capacità e dal livello di flessibilità delle persone in esse inserite.

Per il tennista serbo i primi “mal di pancia” sono stati accusati dai suoi stessi colleghi sin dal momento in cui hanno cominciato ad intuire “l’apparecchiarsi” di una condizione di miglior favore pur di farlo allineare ai nastri di partenza del primo torneo del Grande Slam della stagione.

L’interesse di una sola persona e del suo entourage che si eleva al di sopra, quando non in spregio, di tutte le misure disposte contro il Covid-19, con buona pace delle stringenti regole cui gli altri tennisti sono stati e sono tuttora sottoposti. Per non parlare, naturalmente, della stessa popolazione australiana.

All’insegna del motto che le regole sono uguali per tutti e non sono più uguali per qualcuno per ragioni di status o di albero genealogico si ricondurrebbe invece il licenziamento “eccellente” disposto nei confronti di Francesca Amadori.

Il condizionale è d’obbligo perché non è ancora dato sapere se dietro questa vicenda, rappresentata esternamente come una questione riconducibile all’ambito lavorativo e al mancato rispetto delle regole aziendali, si sottendano, invece, altre motivazioni, probabilmente connesse alla sfera familiare, come in passato, ad esempio, è già accaduto per altri illustri potentati del settore imprenditoriale italiano (Esselunga) e internazionale (Ikea).

Resta comunque il fatto che la decisione è stata presa invocando una circostanza all’apparenza oggettiva e trasversale, a garanzia di imparzialità, nell’ottica di considerare tutti sullo stesso piano.

La risposta sarebbe retorica: ma cosa accadrebbe in un’azienda, o all’interno di una singola organizzazione, se non meglio precisate circostanze orientassero a concedere a un dipendente, che non è semplicemente “un capo”, quandanche riconosciuto dai suoi stessi colleghi come un fuoriclasse nel suo settore, una maggiore libertà, “cucendogli” addosso un trattamento ad hoc, che non è soltanto quello economico, ma giustificando atteggiamenti e comportamenti che agli altri non sarebbero concessi?

Lungi da chi scrive esprimere giudizi sulle persone coinvolte, anche perchè le vicende sopra richiamate non sono ancora completamente definite e note in tutti i loro aspetti: la cronaca fornisce solo l’assist, o una volée, per riflessioni più di carattere generale.

Da sfondo, un ultimo interrogativo: la celebrità, l’eccellenza, i ritorni economici e di immagine per sé ma anche per gli altri, possono legittimare trattamenti “speciali”? La particolare competenza del singolo, che ha significative ricadute sull’intero indotto collettivo, costituisce una valida motivazione per sollevare l’interessato dal rispetto di certe regole comuni?