Conversare e ascoltare: la nuova vera riscoperta
Siamo tutti interconnessi, legati da un filo che ci rende appartenenti a un unico habitat, ma allo stesso tempo restiamo sempre più in balia della solitudine e di dinamiche relazionali spesso fuori dal nostro controllo.
Meglio un like, un commento per dire “c’ero anche io” e intanto, nella modalità per noi anche più inconsapevole e incolpevole, l’effimero ha già messo le sue radici.
Un paio di sedie, in una piazza di Barcellona, un cartello “Conversazioni Gratis” e un giovane di 26 anni pronto ad ascoltare chiunque e qualsiasi cosa.
Scritta così, fa sorridere e quasi tenerezza per la “spartanità” della situazione e per la semplicità dell’idea.
Ma quella duplice arte, fino a pochi mesi fa ritenuta così scontata, ora rischia di soccombere di fronte a un mondo nel quale risulta più facile e meno impegnativo inviare un messaggio a qualcuno a migliaia di chilometri di distanza piuttosto che salutarsi appena nello stesso condominio.
Conversare e ascoltare. Due arti, senza dubbio. O meglio, due predisposizioni d’animo attraverso le quali non ci si riduce ad un mero parlare – la prima – e a un mero sentire – la seconda. Entrambe stanno diventando “schiave” di un elemento che non riusciamo a gestire e a controllare, ma del quale ci rendiamo conto della sua importanza quando ormai ci è sfuggito in maniera irreversibile: il tempo.
Come possiamo averne per gli altri, quando manca innanzitutto a noi stessi?
È l’interrogativo – retorico – con il quale ci giustifichiamo, a mo’ di alibi, per impegni assunti e poi disattesi, per quelle porte chiuse “amabilmente” nei riguardi del prossimo, per quel voler stare in disparte per timore di “sporcarsi” e, quindi, di essere giudicati.
L’ascolto è fatto di interesse, attenzione e “solo” (vi pare poco?) di due orecchie e di un cuore disposto a ospitare sentimenti.
Raccontarsi a qualcun altro provoca una sensazione liberatoria, che quasi ti consente di mettere ordine al tuo disordine interiore. E chi ti sa ascoltare comprende che chi ti siede di fronte sta parlando della propria vita, anche se è un perfetto sconosciuto che potresti persino non rivedere mai più.
L’idea del ragazzo spagnolo Adrià – ora temporaneamente riconvertita sul web in ragione della pandemia – altro non è che il tentativo di fermare le lancette dell’orologio per restituire quella dimensione di semplicità e di autenticità dei valori che stiamo smarrendo. E il tutto si traduce concretamente nel saper discernere le effettive priorità della nostra esistenza e far spazio a esse.
Che questa nostalgica esigenza sia stata resa così manifesta da un giovane rappresenta un segnale di speranza. Quasi come un voler significare che anche la generazione figlia del boom tecnologico per eccellenza punta a riscoprire la romantica bellezza della vita guardandosi negli occhi e ascoltando e non ad assecondarla soltanto con il clic della tastiera del pc e di uno smartphone.
“Le folle urlanti si scontrano on line giorno e notte. Internet collega le persone, ma non crea un sentimento comune, somiglia a una grande macchina per la produzione di antipatia reciproca”.
(Ian Leslie)






