Dieci, e oltre, sfumature di… pensioni. Per quanto tempo ancora?
Mettervi mano rappresenta lo spauracchio di ogni governo, che da un giorno all’altro può far determinare un repentino decremento di consensi dopo aver eventualmente goduto di un ritorno positivo sul proprio operato da parte dell’opinione pubblica. Soprattutto se, come avviene nella maggior parte dei casi, i criteri di accesso e le condizioni economiche novellate risultano sempre meno vantaggiosi della regolamentazione precedente.
Nessun tema come questo, infatti, calamita l’attenzione, quando non il diretto interesse, di tutti, prescindendo dagli orientamenti politici o da altre fattispecie divisive. E non è detto che la compagine di Mario Draghi rimarrà esente da queste dinamiche. Anzi…
Trattamento di quiescenza, nel senso tecnico e proprio del termine, è quello riservato al dipendente pubblico in ragione della cessazione del rapporto di lavoro con le pubbliche amministrazioni. Ma per tutti la terminologia più comune, meno freddamente burocratica e di immediata comprensione, resta pur sempre pensione.
Un legittimo traguardo, ambìto da tutti al termine della carriera lavorativa, che negli ultimi anni, soprattutto con la dirompente riforma della Legge Fornero, ha visto progressivamente inasprirsi i requisiti di maturazione, con migliaia e migliaia di persone trovatesi dall’oggi al domani in una sorta di limbo tra la mancanza di un reddito da lavoro e una pensione improvvisamente sfumata. Ricordiamo ancora tutti le diverse salvaguardie attivate per i cosiddetti esodati…
Fermo restando il pensionamento per raggiunti limiti di età (vecchiaia, in presenza di almeno 20 anni di contribuzione), la recente adozione del contratto di espansione ha portato almeno a dieci (ma con qualche specifica ipotesi residuale il numero è addirittura destinato a salire) le possibilità di raggiungere l’agognata meta.
Si va dalle tipologie ordinarie, come quella “anticipata” (già pensione di anzianità), “quota 100” (in vigore fino al 31 dicembre 2021) e quella derivante dai fondi di solidarietà bilaterali, per passare alla pensione per i lavoratori precoci e per i lavoratori con attività usuranti.
Con il fattore abilitante che deriva dalla condivisione di un percorso con le organizzazioni sindacali finalizzato ad un accordo collettivo per la risoluzione del rapporto di lavoro, su base volontaria, di personale avente rispettivamente non più di cinque e sette anni dal raggiungimento dei requisiti per la pensione, ecco, invece, rispettivamente, il già citato contratto di espansione e l’isopensione.
In entrambi i casi è l’azienda che si fa carico del riconoscimento di una indennità mensile commisurata alla pensione lorda maturata dal lavoratore al momento della cessazione del rapporto di lavoro, anche se, limitatamente al contratto di espansione, è previsto per le imprese un finanziamento a parziale copertura degli oneri da sostenere nei confronti dei lavoratori aderenti allo scivolo pensionistico.
Pur essendo penalizzante per il calcolo della pensione con il sistema contributivo e per una finestra di attesa nella liquidazione della stessa che varia dai 12 ai 18 mesi , “Opzione donna” consente ancora per quest’anno alle lavoratrici di cessare la loro attività qualora abbiano maturato, al 31 dicembre 2020, almeno 35 anni di contribuzione e 58 anni di età se dipendenti o 59 se autonome.
Di minore “presa”, forse anche perchè non supportate da un livello di comunicazione in grado di mettere in evidenza gli effettivi benefici, sono, infine, l’“Ape” Sociale e la Rita (Rendita integrativa temporanea anticipata), quest’ultima riservata esclusivamente agli iscritti a forme pensionistiche complementari.
Certamente sono finiti i tempi delle famigerate “pensioni baby”, maturate dopo 19 anni, 6 mesi e un giorno di lavoro, oppure quelli delle pensioni riconosciute dopo l’altrettanto famoso binomio 57 anni di età e 35 di contribuzione.
Proiettando il discorso verso le generazioni del futuro, è altrettanto certo, però, che un giovane alle prese con i primi passi nel mondo del lavoro dovrà da subito acquisire una forma mentis in funzione della quale il sistema pensionistico pubblico, per ragioni di sostenibilità dei costi, non sarà in grado di garantirgli una prestazione in linea con un tenore di vita ordinario per quando appenderà le scarpette lavorative al proverbiale chiodo.
Ma esisterà ancora un sistema pensionistico pubblico così come è attualmente definito? Oppure acquisiranno sempre maggior peso i fondi pensione, che il lavoratore potrà anche modulare nel corso degli anni a seconda delle sue peculiari esigenze e aspettative? Oppure ancora verranno istituite delle forme pensionistiche al momento impossibili da decifrare nella loro struttura, che viaggeranno parallele nella loro attuazione in relazione alle inevitabili variazioni del mercato del lavoro?






