Sindacato, una metamorfosi necessaria

Reduci solo pochi giorni fa dalla pressocché totale convergenza delle parti sociali sul protocollo nazionale del lavoro in modalità agile promosso dal Ministro del Lavoro Andrea Orlando – che, tra gli altri aspetti, ha il grande pregio di aver sottratto alla penna del legislatore una materia per la quale deve essere la contrattazione collettiva, soprattutto di secondo livello, a determinare l’alveo naturale di discussione e di implementazione – ecco che CGIL e UIL, due tra le organizzazioni sindacali più rappresentative, si apprestano a porre concretamente in essere il proprio distinguo dalle altre sigle dando vita allo sciopero generale del prossimo 16 dicembre, indetto per protestare contro alcune delle misure economiche inserite nel disegno di legge di bilancio per il 2022.

Senza entrare nel merito delle ragioni che hanno indotto la CISL a non aderirvi – forse è il mese che non ispira la “triplice” a una unitarietà di intenti, visto che anche il 12 dicembre 2014 il sindacato attualmente diretto da Luigi Sbarra non fu presente allo sciopero contro il jobs act – e dei rilievi mossi dal Garante, che ha chiesto di riformulare il citato sciopero generale in quanto non avrebbe garantito il rispetto del periodo di franchigia né quello della cosiddetta “rarefazione degli scioperi”, la circostanza si presta ancora una volta per fare qualche riflessione sull’attuale ruolo delle organizzazioni sindacali in generale e sulla loro effettiva capacità di incidere nelle dinamiche sociali e lavorative del nostro paese.

In senso molto più lato, la fase storica di profondo cambiamento che stiamo vivendo, accelerata inequivocabilmente anche dal Covid-19, dovrà condurre a una rimodulazione della capacità da parte del sindacato di sentirsi diversamente rappresentativo delle istanze dei lavoratori. E del lavoratore di sentirsi effettivamente rappresentato dal sindacato.

Si tratta, in sostanza di ipotizzare un salto di qualità duplice, con il primo che è chiamato ad un cambio di passo nel riposizionare all’interno del palcoscenico sociale la propria ragion d’essere – più orientata alla esplorazione di nuove frontiere occupazionali piuttosto che alla mera conservazione del posto di lavoro in quanto tale – e con il secondo che, pur essendo in grado di pensare autonomamente al proprio futuro, chiede tuttavia al sindacato di contrattare, ad esempio, più ore di formazione e di welfare.

Se proviamo poi a scendere più nel dettaglio, fa riflettere il dato relativo alla composizione degli iscritti, con la metà costituita da lavoratori non più attivi ma in pensione, mentre all’estremo opposto risulta davvero irrisoria la percentuale dei giovani che sembrano credere nell’importanza e/o nella necessità di affidare al sindacato il compito di farsi latore e strenuo difensore delle proprie istanze.

Qualche considerazione non può non essere condotta anche sulle modalità con le quali esercitare il proprio diritto alla rivendicazione o alla manifestazione del dissenso.

Lo scendere in piazza ha indubbiamente e inevitabilmente ancora il suo fascino, che si trascina dietro anni e anni di storia del nostro paese. Ma può essere ancora considerato “lo strumento” ideale per far concretamente presa verso gli interlocutori ai quali la protesta viene indirizzata? O resta solo il più visibilmente eclatante, ma non consente più come in passato il raggiungimento di risultati di rilievo?

E poi, da ultimo e non per ultimo: saranno pure mutati scenari e tempi, saranno anche differenti, per il diverso contesto sociale, il livello, la qualità e la rilevanza delle rivendicazioni. Ma nel nostro mondo attuale a portata di clic, con la globalizzazione che ha abbattuto i confini per cedere il passo agli orizzonti, bisogna pensarci a lungo prima che vengano alla mente i successori di chi, qualche decennio fa, si chiamava, ad esempio, Lama, Carniti e Benvenuto.

C’è crisi di autentica vocazione sindacale? Mancano le scuole sindacali di una volta? Conseguenza della frammentazione politica, che ha finito per privare di un punto di riferimento le organizzazioni sindacali? Colpa di una società, che si caratterizza sempre di più per la prevalenza dell’individualismo e quasi non tollera più chi, invece, per ruolo e storia, al di là di tutti i limiti intrinseci, porta avanti istanze di carattere collettivo?