Tra lavori stagionali e la faticosa “routine”

Non v’è giorno d’estate senza che la cronaca ci diffonda la storia di un lavoro, per quanto stagionale, sicuro. E di un lavoratore, o aspirante tale, che di fronte ad una proposta tutt’altro che invitante, sia in termini economici che di ore da prestare, la declina più o meno gentilmente.

Di converso, però, anche se i casi sono decisamente meno numerosi, si resta sorpresi, quando non diffidenti, in presenza di offerte di lavoro che promettono paghe così elevate da sbaragliare qualsiasi forma di concorrenza.

Situazioni diametralmente opposte, ove non sempre fa da elemento distintivo la minore o la maggiore esperienza maturata sul campo.

Nella prima ipotesi un cliché a volte decisamente abusato indurrebbe a ritenere che si tratti di giovani, sia o non alle prime armi, spaventati di fronte a interminabili giornate di lavoro trascorse sotto il sole oppure al chiuso di locali facendo slalom tra i tavoli.

Da qui ad apostrofarli come scansafatiche e a “pesarli” su un ideale piatto della bilancia transgenerazionale con chi giovane lo è stato decine di anni prima, in contesti sociali decisamente diversi anche in termini di opportunità, il passo è breve e non rende comunque giustizia.

Allora più fortunato potrebbe essere chi riesca a spuntare condizioni almeno sulla carta migliori, come quelle contemplabili nella seconda ipotesi, se non vengono smentite alla prova dei fatti o da quella proverbiale clausola contrattuale, posta in fondo alla pagina e trascritta con carattere quasi invisibile, che magicamente, si fa per dire, trasforma quella proposta irrinunciabile nel classico specchietto per le allodole.

Quanto sarebbe opportuna una costante vigilanza degli enti preposti, a tutela in primis soprattutto dei lavoratori, ma anche di coloro che beneficiano dei servizi prestati da questi stessi lavoratori. Perché è proprio in contesti del genere che si annidano le situazioni più critiche, a partire dalla mancata osservanza di quanto attiene al generale rispetto dell’orario di lavoro e alle coperture previdenziali e assicurative. Carenze che, per effetto indotto, spesso si accompagnano all’insussistenza dei requisiti minimi di salute e sicurezza.

Stagionali o meno, negli ultimi mesi si assiste al proliferarsi di attività, in cui a scandire il tempo sono delle applicazioni, che non contemplano il benché minimo “umano” indugio, o di lavori a basso contenuto intellettuale e ad alto contenuto “routinario”, che richiedono fatica, concentrazione e impongono ritmi serrati. La nuova frontiera di un lavoro da annoverare ben presto come usurante e, in quanto tale, meritevole di maggiore attenzione e considerazione ai fini pensionistici?

Quasi un paradosso, se si pensa che al giorno d’oggi l’informatizzazione e l’automazione hanno finito per trasformare gran parte della forza lavoro in impiegati di concetto, per ricorrere a una classificazione in voga presso i “mitici” uffici di collocamento di qualche decina di anni fa.

Chissà cosa accadrebbe se per un solo giorno si capovolgessero ambiti e responsabilità di intervento e si desse vita a una, per quanto momentanea, rivoluzione: l’impiegato seduto dietro una scrivania, con il suo personal computer portatile, che si trasforma in un lavoratore “routinario”. E quest’ultimo impiegato.

Di sicuro finirebbero le reciproche censure. Con l’impiegato che, a meno di una improvvisa e subentrata vocazione, si terrà ben stretto il suo tipo di lavoro.

La normalità del lavoro. Il lavoro normale.