Lavoro: una questione di dignità

5 giugno 2021: “A voi giovani non manca la creatività: lavorare per un modello di economia alternativo a quello consumistico, che produce scarti. La condivisione, la fraternità, la gratuità e la sostenibilità sono i pilastri su cui fondare un’economia diversa. È un sogno che richiede audacia, infatti sono gli audaci a cambiare il mondo e a renderlo migliore”.

1 maggio 2022: “Rinnovare l’impegno perché dovunque e per tutti il lavoro sia dignitoso. E che dal mondo del lavoro venga la volontà di far crescere un’economia di pace. E vorrei ricordare gli operai morti nel lavoro: una tragedia molto diffusa, forse troppo”.

14 giugno 2022: “Quando l’unica legge diventa il calcolo del guadagno a fine giornata, allora non si hanno più freni ad adottare la logica dello sfruttamento delle persone: gli altri sono solo dei mezzi. Non esistono più giusto salario, giusto orario lavorativo, e si creano nuove forme di schiavitù subite da persone che non hanno alternativa e devono accettare questa velenosa ingiustizia pur di racimolare il minimo per il sostentamento”.

Tre “virgolettati”, come dicono quelli bravi, che nella loro complementarietà hanno il pregio di non trascurare alcun aspetto e testimoniano quanto il mondo del lavoro costituisca l’asse portante e al tempo stesso il termometro di tutto il tessuto sociale.

Dignità è la parola chiave, la più ricorrente. Un sostantivo che riunisce in sé una situazione inderogabile, assolutamente non negoziabile. Purtroppo non sempre, però.

Giusto salario (concetto diverso da quello “minimo”, al centro del dibattito di questi giorni) e giusto orario di lavoro. Un’equazione, che dovrebbe essere direttamente proporzionale nella misura, ma spesso affonda in logiche dettate dallo sfruttamento, la parte forte, e dalla indispensabile necessità di portare comunque un guadagno a casa, la parte soccombente. Un terribile compromesso.

Le nuove generazioni all’opera, ovvero coloro che entrano in contatto per la prima volta con gli ambienti produttivi. Che prevalga la cultura di un lavoro svincolato da logiche di mero guadagno a beneficio di un atteggiamento più incline a considerare il valore ed il positivo apporto che l’altro può dare. E come tale fonte ispiratrice del proprio operare per individuare nuovi paradigmi con cui misurarsi.

Morire di (per il; sul) lavoro. Non è questione della corretta preposizione semplice o articolata da utilizzare, o del colore (quando è nero) per inquadrare nell’effettiva dimensione un fenomeno inarrestabile nella sua sinistra contabilità. Sicurezza come valore. Ma una vita che viene a mancare, soprattutto in presenza di contesti e occhi complici, resta una sconfitta per tutti.

E allora il pensiero va, ad esempio, a quanti, giovani e meno giovani, scorazzano su trabiccoli a due ruote lungo le strade sconnesse delle nostre città per consegnare a domicilio il desiderio della nostra pigrizia. Oppure ai braccianti agricoli, spesso provenienti dalle zone più povere del mondo, impiegati fino allo sfinimento per pochi euro nella raccolta della frutta e della verdura e poi cacciati via, senza alcun “paracadute”. A proposito di dignità…

Intanto il reddito di cittadinanza continua imperterrito la sua “corsa”, così come non si arrestano le difficoltà al reperimento di personale stagionale, soprattutto in alcuni settori. Contraddizioni di un paese, nel quale le politiche attive restano pressocchè passive, per usare un gioco di parole.  

A proposito: i “virgolettati” non sono di un “addetto ai lavori” (o forse sì…): sono di Papa Francesco.