Ogni notizia ha il suo tempo. Ogni tempo la sua notizia

Tutto finito? Sembra proprio di sì. Eppure ne è trascorso di tempo da quella notizia che cinque mesi fa nessuno avrebbe voluto ascoltare. Ma alla pace non si comanda e con i suoi tempi comunque trionfa. Sempre.

Fiumi di inchiostro su carta stampata; aggiornamenti sui siti internet che anticipavano i fatti prima che effettivamente accadessero, come tanti oracoli di sventura; talk show di approfondimento, o presunti tali, infarciti di personaggi divenuti per grazia ricevuta esperti di strategie militari.

Davvero è cosi? È diventato tutto materiale per gli archivi? Sì, è proprio così. Era ora, dopo tante tragedie, tanti morti, tante ipocrisie, tanta solidarietà a orologeria.

Ma non è così! Niente tregua, nessun armistizio, nessuna stretta di mano tra i belligeranti. Tutto continua. Tutto procede. Distruzioni, devastazioni, stragi. Con una impercettibile differenza: è subentrato un pericoloso senso di assuefazione. Quel diabolico sentimento che scatta nella nostra mente, incline a considerare qualsiasi cosa che non riusciamo a dominare direttamente come inevitabile nel suo manifestarsi. Ci si costerna (forse) ancora, ma si rischia di abituarsi e di considerare anche una guerra come una dinamica ordinaria della quotidianità.

Sarà pure quel clima di legittima evasione e leggerezza che porta con sé l’estate, tanto da far passare più che in secondo piano nella mente e negli occhi della gente un conflitto ben lungi dal conoscere l’epilogo in tempi brevi. Perché ora è tempo di dirottare l’attenzione sui cosiddetti matrimoni del secolo miseramente falliti e immolati sull’altare degli interessi economici delle coppie scoppiate; sulla crisi di governo, che scaturisce quale diretta conseguenza del livello di irresponsabilità di una classe politica ormai atavicamente ripiegata su se stessa e poco propensa ad occuparsi seriamente delle innumerevoli criticità del paese; sulle influencer onniscienti, che addirittura pretendono di suggerire la soluzione giusta a qualsiasi problema, senza distinzione se si tratti delle ultime scarpe fashion o di ordine pubblico; sulle classifiche mondiali dei locali in cui si mangia la miglior pizza, il miglior gelato, il miglior sushi (poi come facciano a ricavare un dato oggettivo così perentorio resta un mistero glorioso).

In verità non mancano nelle cronache gli allarmi sulla pandemia, che sembrava ormai debellata – complice anche un taglio comunicativo istituzionale all’insegna del “tana libera tutti” – e che invece sta nuovamente mostrando il lato peggiore con la curva dei contagi in progressiva risalita e nuove varianti in agguato. Oppure le notizie sempre più frequenti di episodi di violenza a diversi livelli e in vari ambiti, che hanno reso il nostro paese sempre più insicuro.

Della guerra tra Russia e Ucraina, però, il mirino è ormai puntato quasi esclusivamente sulle conseguenze economiche (assolutamente importanti, ci mancherebbe!) che si trascinano e si trascineranno (il peggio deve ancora venire, sostengono in molti), piuttosto che sulle ingenti perdite di vite umane, ormai solo numeri di una sinistra contabilità, e sul futuro quasi irrimediabilmente tarpato alle nuove generazioni del popolo invaso.

Siamo quello che leggiamo – per mutuare l’affermazione del filosofo Ludwig Feuerbach a proposito del cibo (“Siamo quello che mangiamo”) – o che vogliono farci leggere. Perché comincia a divenire sempre più ostico crearsi la propria idea e mantenerla scevra da condizionamenti esterni.

Evviva l’indipendenza di pensiero.

“Pensa in modo sbagliato, se vuoi, ma in ogni caso pensa con la tua testa” (Doris Lessing).