Mani che parlano
Ci sono momenti che segnano in modo indelebile il cuore e la mente. E quando sono negativi e si vorrebbe allontanarli per sempre, questa opera di rimozione diventa ancora più difficile, se non impossibile.
Se poi è una foto a fare da volano a questo stato d’animo, come se il tempo si fosse fermato lì e non avesse più neanche esso la forza di andare avanti, allora tutto assume un significato ancora più coinvolgente.
Questa maledetta guerra ce ne ha già restituite tante, troppe. Maledetta come la ragione scatenante, anche se il confine tra la verità e la verità vera è tutt’altro che segnato. Maledetta come la strisciante e progressiva deriva di un sentimento autentico di solidarietà e azioni concrete. Maledetta come può essere la perdita di un’esistenza spezzata nel fiore dell’età.
Sono le mani le protagoniste di quell’istante fissato dal clic del fotoreporter. La mano di un ragazzo di 13 anni, unico elemento visibilmente concreto di una giovane vita che fu, ghermita dalla violenza delle armi, con un telo rosso a far scudo al suo corpo. La mano del disperato papà, che in ginocchio, quasi chiedendogli perdono per quanto accaduto, sorregge del suo povero figlio, con lo sguardo perso nel vuoto come se volesse con la forza dei suoi spenti occhi restituire al mittente quell’ordigno portatore di morte. La mano della poliziotta, che sostiene con forza quella dell’affranto genitore, con quell’istinto di madre che in quella circostanza prevale su quello del freddo esecutore di ordini e di una prassi purtroppo consolidata.
Mani come simbolo e strumento di condivisione. E anche di speranza. Quella destra del papà, che sembra limitare al massimo le lacrime quasi per evitare che quell’energia sprecata attraverso il pianto possa paradossalmente impedire a suo figlio di riposare in eterno. Quella sinistra del papà, che invece, quasi chiusa a pugno, è come se stesse trasmettendo alla mano caritatevole della poliziotta un messaggio di dignitosa rabbia, ma allo stesso tempo di sopita accoglienza e riconoscenza.
Le mani del papà. Una verso la poliziotta, dalla quale tenta di acquisire un anelito di vita, per tentare di restituirla, con l’altra, al suo giovane figlio caduto.
Mani aperte di chi ha patito con la morte di suo figlio gli effetti di un destino avverso. Mani aperte di chi chiede a Qualcuno lassù il senso di questa tragedia e allo stesso tempo di chi non vuole rassegnarsi che tutto sia finito in quel modo.
Finito…
“Dove c’è bisogno delle mani, le parole sono perfettamente inutili” (Esopo).
