Riscoprire il limite è il vero eccesso
Legato o non a particolari vicende che lo caratterizzano, ogni periodo storico viene contrassegnato da una denominazione in grado di riconoscerlo più facilmente. Come, ad esempio, il Novecento, denominato il secolo breve.
Senza scomodare un arco di tempo così ampio, basta risalire ad uno più immediato e recente, anche limitandolo agli ultimi anni, per trovargli comunque un tratto distintivo: il tempo dell’eccesso.
C’è quel senso di ordinario – normale sarebbe già una parola grossa – che è completamente venuto meno. Dalla natura, ripetutamente violata nel suo infallibile ecosistema, alla sfera delle relazioni personali, messe a dura prova dalla pandemia, che ha finito per esasperare gli individualismi. Dalla politica, sempre più miseramente autoreferenziale e distaccata dalla quotidianità, alla società, che della prima rischia di essere la peggiore cassa di risonanza senza possibilità di affrancarsene. Dall’economia, terreno fertile per inasprire le disuguaglianze, alla famiglia, microcosmo sempre attaccato da più fronti, fino spesso ad implodere.
Tanti altri aspetti ci sarebbero per trasformare questo già corposo elenco in una lista dalle pagine infinite, scritte con inchiostro indelebile.
Ma in tutto ciò dove risiede l’eccesso? Nelle rispettive manifestazioni. Non esiste più una regolare dinamica – normale anche in questo caso suonerebbe bene, però omettiamolo – ma ci troviamo di fronte ad asticelle che salgono sempre più in alto, come la gara di un atleta al quale viene richiesto di superare balzo dopo balzo un nuovo record del mondo.
Viviamo, insomma, momenti in cui il file rouge è diventato la reazione spropositata, sia che derivi da fenomeni naturali – ma dei quali l’uomo resta il responsabile per antonomasia – sia che venga innescata da dialettiche finite poi per separare, piuttosto che per riunire.
Quante situazioni nelle famiglie, ad esempio, conducono a inasprirsi fino a un punto tale da sostituire alle parole la crudezza di fatti concludenti, persino ricorrendo a soluzioni estreme. E cosa vi è di più estremo di una guerra?
Forse bisogna tornare a riscoprire il valore genuino della vita e l’essenzialità delle relazioni. La prima, perché troppe volte ridotta a uno stato di fatto e non a un percorso costellato di tante tappe, ognuna con un significato ben preciso, mai fine a se stesso, attraverso il quale e con il quale muoversi nel mondo e lasciare una traccia. La seconda, perché tutti hanno il diritto di rivendicare il proprio spazio, senza essere calpestati e denigrati, ma custodendo e affermando quella unicità complementare alle altre unicità con le quali costruire un tutto.
Chissà se facendo recuperare all’uomo il significato autentico delle cose che gli accadono intorno l’eccesso potrà essere mitigato.
Soluzioni infallibili, buone per tutte le stagioni, oppure automatismi ed eventi da assecondare con rassegnazione, non esistono.
Ma un lavoro su se stesso l’uomo potrà sempre portarlo a termine: quello di riconoscere i propri limiti, oltre i quali sapere di non dover andare.
“Non vi è principio, per quanto giusto e ragionevole, il quale, se lo si esageri, non possa condurci alle conseguenze più funeste” (Camillo Benso, Conte di Cavour).
