L’unica e vera eredità da lasciare

A dividerle c’è solo un tavolo. Ma quella sera Ester e Manuela sembrano essere ancora più vicine che mai. L’una di fronte all’altra. Due sedie che fungono da palcoscenico sul quale ognuna apre il proprio sipario.

Con quel nome biblico che richiama regine d’altri tempi, la mamma il suo trono ce l’ha per davvero: una sedia a rotelle che rappresenta il suo come, il suo dove e il suo quando. E pur scavando in profondità nella sua mente, la figlia non serba alcuna immagine eretta dell’ancor giovane genitrice.  

Quella sera, però, la posizione diventa una variabile ininfluente. Perché a contare è solo lo sguardo, più intenso del solito, tipico delle situazioni in cui si attende qualcosa di importante, che non tarderà ad arrivare.

Ester e Manuela sono pronte a parlarsi. Anche se alla fine più che un dialogo si rivelerà un monologo della madre, la figlia saprà comunque “parlare” a modo suo, come ha sempre fatto.

Si parte da lontano. Da quando, cioè, la sua piccola rampolla, ora studentessa universitaria, ha cominciato a rendersi conto che la sua fosse sul serio una mamma speciale, che non avrebbe potuto accompagnarla mano nella mano o correre accanto a lei, ma che l’avrebbe allo stesso tempo seguita dappertutto.

Aveva sei anni Manuela, quando alla sua festa di compleanno furono le lacrime a spegnere le candeline sulla torta. Vedere di fronte a sé le mamme delle sue amiche quasi tutte della stessa altezza, che formavano una ideale linea retta con la loro testa, per poi crollare verso il basso quando era il turno di mettere a fuoco Ester, costituiva per lei motivo di profondo disagio.

Disagio, che nel suo cuore sembrava una piaga impossibile da rimarginare e con la quale convivere senza alcun rimedio. Per Manuela il tempo non avrebbe alleviato questa ferita, che, al contrario, si sarebbe aperta ancora di più con il passare dei giorni.

Ester, invece, non aveva mai perso la speranza e sapeva che prima o poi quelle lacrime della figlia si sarebbero trasformate in un balsamo di rigenerazione per entrambe.

Quel momento era arrivato. Nessun discorso solenne, nessuna circostanza particolare, ma solo la consapevolezza da parte di Ester che quel messaggio non poteva essere ulteriormente ritardato. Come quegli incroci che in una determinata fase della vita devono essere attraversati senza chiedersi il perché. Vanno attraversati e basta. Perché fermarsi significherebbe rassegnarsi e venire travolti.

L’oggi che si fa domani. Il domani che affida all’oggi l’autentica essenza delle cose da compiere. Senza grossi preamboli la mamma svela la propria missione alla figlia. Una sorta di testamento spirituale, di filosofia di vita, che si riassume in quattro parole: la costruzione di ricordi. Di bei ricordi.

“Fino a oggi – sono le prime parole di Ester – non ho potuto fare insieme con te tante cose che le altre mamme fanno con le figlie, ma ho cercato di costruire momenti, opportunità, situazioni da conservare nella memoria. Non ho sostituito con bei giocattoli o altri regali quello che non potevo darti. Non è questo quello che conta. Ciò che resta nella vita sono i bei ricordi, i momenti intensi vissuti assieme: quei piccoli, colorati tasselli che costruiscono il mosaico della vita. Così nel tuo cuore e nella tua mente ora c’è un grande bagaglio di sorrisi, di insegnamenti, di emozioni. Questo ti consentirà di sapere sempre chi siamo, chi sei”.

“La strada che desidero tu percorra – incalza la mamma – è quella che ora consente a me e a te di poter camminare insieme. Sì, camminare, hai sentito bene. Perché proprio queste mie gambe che non riesco più a muovere ti guideranno nel coltivare i tuoi sogni. E lo faremo insieme da ora, quando anche io potrò godere del tuo sorriso per l’obiettivo che avrai raggiunto, fosse il perfezionamento degli studi, un viaggio di piacere, l’aver trovato il lavoro sempre desiderato o l’amore della tua vita”.

Il monologo si trasforma in dialogo quando anche Manuela comincia a parlare. E lo fa senza pronunciare alcuna frase, ma attraverso un linguaggio inequivocabile, lungo e incisivo al tempo stesso: un abbraccio.

Niente lacrime, perché avrebbero avuto il sapore della compassione. L’abbraccio, invece, ha l’imperituro sapore della riconoscenza.

Ester e Manuela, Manuela ed Ester. Nessun prima e nessun dopo. Solo un durante. Ora.

Le cose si scoprono attraverso i ricordi che se ne hanno. Ricordare una cosa significa vederla – ora soltanto – per la prima volta” (Cesare Pavese).