Ben vengano ispezioni in nome della sicurezza. Meno per quelle a caccia di “burocrazia da applicare”
Nel leggere gli ultimi dati resi noti dall’Ispettorato Nazionale del Lavoro in merito all’azione di vigilanza esercitata nei primi nove mesi del corrente anno, sono due le considerazioni principali che scaturiscono.
Senza assegnare ad esse alcun ordine di rilevanza, ma solo di priorità espositiva, la prima si riferisce alla tuttora ancora elevatissima quantità di aziende rinvenute, senza giri di parole, fuorilegge in materia di salute e sicurezza.
Con l’attenzione maggiormente puntata al settore dell’edilizia – considerata la “macchina” che si è messa in moto nell’ambito del Piano Nazionale di Resistenza e di Resilienza e di quanti cantieri sono già stati aperti e di quanti saranno tali a breve – su 12.522 ispezioni effettuate, da oltre l’83% sono emerse irregolarità.
In particolare sono stati adottati 6.196 provvedimenti di sospensione dell’attività, dei quali 4.085 per impiego di personale in nero e 2.111 per gravi violazioni in materia di salute e sicurezza. Di dette sospensioni l’83% delle aziende coinvolte ha provveduto alla regolarizzazione, provocando di conseguenza la revoca dell’originario provvedimento.
La seconda considerazione è amara, ma induce ad un ragionevole ottimismo, pur facendo sorgere un interrogativo quasi retorico, perché la risposta purtroppo tenderebbe ad essere negativa: al netto dell’intervento degli ispettori, le aziende coinvolte dagli accertamenti avrebbero, più prima che poi, maturato piena consapevolezza sulla necessità di allineare organizzazione e strutture operative ai dettami imposti dalla legge?
Ci sarà sempre, inutile ometterlo, chi si ostinerà ad agire imperterrito in un ambito di illegalità. Ma in questo caso i controlli dovranno essere sempre più serrati e andrà perseguita in maniera inflessibile ogni irregolarità, soprattutto quando si rischia di compromettere senza scrupoli la sopravvivenza stessa delle persone.
Ben vengano, quindi, tutte le iniziative tese a mitigare questo fenomeno e le azioni che consentono di individuare i responsabili. Ma assi portanti di qualsiasi soluzione continuano a restare pur sempre due elementi intangibili, ma di fondamentale importanza: cultura di sicurezza e sicurezza come valore.
Parlare di sicurezza molto più spesso, anche intensificando le ore di formazione e dando la giusta e meritata enfasi a chi può ergersi a pieno titolo a modello di successo applicato, non sarà mai tempo perso.
Si diceva, poi, sicurezza come valore. L’autentico salto di qualità si riscontrerà quando la sua gestione all’interno delle aziende e sui cantieri verrà considerata non come un fastidioso adempimento da assolvere perché rientrante tra gli obblighi di legge, ma come un naturale e spontaneo modus operandi da parte di tutti.
Questo della sicurezza sul lavoro costituisce infatti un tema trasversale come pochi e che prescinde da ambiti geografici o da connotazioni politiche, perché deve porre in un’ottica di interesse comune per un paese come il nostro il costante miglioramento delle condizioni ad essa correlate.
E se tutto si estrinseca anche attraverso l’attività di vigilanza, controllo e repressione dei reati da parte degli ispettori del lavoro, ciò è indice di una ritrovata e rinnovata sensibilità a livello istituzionale.
In un’ottica di razionalizzazione delle finanze pubbliche e di un loro quanto più oculato utilizzo, è senza dubbio più auspicabile la presenza ferma e costante dello stato in situazioni dove spesso viene messa a repentaglio la vita dei lavoratori piuttosto che far convergere gli sforzi degli ispettori nel sanzionare le imprese carenti nell’indicazione di un permesso o di un congedo retribuito in una lettera di assunzione o di una informativa a corredo.
Ancora da Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, l’attuale Ministro del Lavoro, Marina Calderone, si è reso autore di una lettera indirizzata al suo predecessore, Andrea Orlando, nella quale veniva stigmatizzato l’eccesso di oneri burocratici con l’incoerente scelta di incrementare la quantità degli obblighi informativi senza avvalersi dei processi di semplificazione e digitalizzazione previsti dalla disciplina europea e nazionale – e in linea con gli obiettivi di transizione digitale previsti dal PNRR – senza un concreto vantaggio per la tutela dei diritti dei lavoratori”.
Ogni riferimento al Decreto Trasparenza, incubo dell’ultima estate, e non solo, per le aziende italiane, è puramente voluto. E chissà se dall’alto del suo nuovo incarico il primo inquilino di Via Veneto manterrà fermo questo suo orientamento oppure, cambiando “visuale”, muterà anche la sua prospettiva.
Nell’interesse e per il benessere della collettività, di certo sarebbe meglio in senso assoluto poter contare sempre su ispettori inflessibili nel sanzionare fermamente datori di lavoro inadempienti in materia di salute e sicurezza sul lavoro e non per la mancata o errata applicazione di norme oggettivamente ultronee, nel significato giuridico del termine, come quelle del citato decreto.
