Qatar 2022: la sicurezza sul lavoro presa a calci. In Italia prendiamola sul serio

Avevo già deciso da tempo di mettere in campo un mio personale boicottaggio nei confronti dei Mondiali di calcio in Qatar, ignorandoli completamente sotto qualsiasi forma, per tutte le vicissitudini e le conseguenze scaturite dall’organizzazione e dalla realizzazione delle relative infrastrutture. In primis dal punto di vista della sicurezza e della salute sui luoghi di lavoro delle maestranze allo scopo impegnate.

Un’inchiesta del quotidiano britannico The Guardian, non un giornale qualunque, ha rivelato che dal 2010, anno di assegnazione della manifestazione sportiva al ricchissimo, piccolo stato arabo, sono decedute oltre 6.750 persone.

Questi poveri lavoratori sono stati coinvolti, per la stragrande maggioranza, direttamente o indirettamente, nella costruzione di stadi, alberghi, strade, nuovi sistemi di trasporto pubblico e di tante altre ostentazioni logistiche date in pasto per accreditarsi e consacrarsi definitivamente agli occhi dell’opinione pubblica.

Ma ovviamente le autorità del Qatar smentiscono questi numeri, comunicando l’improbabile cifra di 37 morti dal 2014 al 2020, “solo 3 dei quali in incidenti di lavoro”. Invece secondo l’Ilo (International labour organization) nel solo 2021 ci sarebbero stati 50 morti, 500 feriti gravi e 37.600 lavoratori che hanno patito infortuni.

Quella qatariota sarà pure una situazione limite, anche per quanto riguarda il valore e il concetto della vita in sé, e certamente lontana per storia, cultura, tradizioni e tante altre dinamiche sociali dagli standard normativi della nostra penisola.

A titolo esemplificativo si pensi che solo nel 2020 il paese ha abolito, almeno formalmente ma non di fatto, la cosiddetta kafala, quella norma interna che impedisce ai dipendenti di cambiare impiego o di lasciare il Qatar senza espressa autorizzazione del datore di lavoro, e reso i turni meno massacranti in conseguenza delle elevate temperature.

Ma per quanto assolutamente realtà tra di loro non paragonabili, più volte da queste pagine è stato posto l’accento sul tema della sicurezza nei luoghi di lavoro in Italia, da perseguire senza se e senza ma perché è diventata un’urgenza.

Per questa volta ci asteniamo dall’aggiornare la sinistra contabilità, come da queste pagine è stata spesso declinata la lunga, per non dire purtroppo infinita, teoria di morti in occasione di lavoro.

Non faremo però altrettanto rispetto al richiamare l’attenzione, con una frequenza che verrà dettata anche dalle circostanze, su un argomento troppe volte trascurato e che vive di molti bassi e pochi alti in funzione dell’emotività del momento.

Sarebbe il caso, intanto, di provare a stroncare un costume tutt’altro che edificante: quello della costernazione a tempo determinato e delle dichiarazioni di circostanza da parte di chi dovrebbe occuparsene, pur con diversi livelli e ambiti di responsabilità, per poi ritornare a ignorarne la gravità e far passare tutto nel proverbiale dimenticatoio.

La constatazione più amara è che spesso ci si indigna più facilmente per “fantasmi” di cui qualcuno è bravo a costruire una storytelling allo scopo di calamitare consensi, piuttosto che per argomenti in cui la vita, per le altrui inefficienze e mancanze, rischia di restare appesa ad un filo. E spesso non solo in senso figurativo.

Morire in circostanze di lavoro pone giovani e meno giovani, italiani o stranieri, regolari e a nero, sullo stesso piano, senza alcuna distinzione di sorta, anche anagrafica, in funzione del dolore che attanaglia la rispettiva famiglia di ogni sfortunato lavoratore.

L’orizzonte si sposta dal Nord al Sud, da giovani alle loro prime esperienze in fabbrica o sui cantieri, in alternanza con il ciclo di studi ancora in corso, a persone nel pieno della loro carriera lavorativa o a quelle ormai prossime ad appendere al chiodo gli attrezzi del mestiere per conseguire la meritata pensione.

In questo ideale e amaro viaggio attraverso lo Stivale, le storie che emergono hanno quasi tutte, almeno all’apparenza, lo stesso filo conduttore, tendente ad attribuire alla fatalità di un destino avverso gli eventi luttuosi e a ricercare, purtroppo solo a posteriori e quando è ormai troppo tardi, le precise responsabilità da ascrivere.

Quello della sicurezza sul lavoro resta un tema trasversale come pochi e che prescinde da ambiti geografici o da connotazioni politiche, perché deve porre in un’ottica di interesse comune per un paese come il nostro il costante miglioramento delle condizioni ad essa correlate.

A diverse latitudini ciò rappresenta una conquista ancora al di là da venire.