Una mamma, il suo figlio speciale e l’amore di una comunità
Restava soltanto la delusione. Ormai le aveva provate tutte. La strada, piuttosto che in salita, era diventata una parete liscia da scalare.
Ma la delusione non poteva essere il rimedio. Solo apparentemente Carla aveva già alzato bandiera bianca. In cuor suo, quando e come non lo sapeva, leggeva ancora uno spiraglio. Una via d’uscita.
Danilo la guardava e ogni tanto le sorrideva. Anche se era più simile a un ghigno, quel sorriso era per lei fonte di vita. Una vita che a suo figlio aveva girato le spalle dopo pochi anni. Un referto medico inequivocabile. Senza appello.
Carla pensava al futuro. Del suo poco le importava. Perché il suo, di futuro, era solo uno strumento per garantire il miglior futuro possibile a chi in quel momento le stava di fronte.
Una solitudine, un chiudersi in se stesso, che per Danilo non era una scelta, ma una condizione di normalità. Come rimediarvi? Con una sola potente medicina: la relazione. Il contatto con gli altri. Il respirare insieme. L’essere parte integrante di un contesto.
“Ma chi vuoi che concretamente mi aiuti”. Era la parte conclusiva di ogni sfogo di Carla, mosso in ascensore con la vicina di casa o al lavoro con i colleghi. Come un disco rotto che suonava sempre le stesse note.
Note di disperazione, di chi si sentiva arrivata all’ultima spiaggia. Anzi quell’ultima spiaggia l’aveva persino superata. E il mare che si poneva dinanzi lei lo assimilava piuttosto a un oceano di indifferenza. In cui sarebbe presto affogata lei e il suo bimbo se…
… se, quando meno te lo aspetti, accade invece qualcosa. Una piccola cosa, all’apparenza insignificante, che però dischiude un universo. Una catena di persone che si è mossa a sua insaputa per lei.
Restava un ultimo passo da compiere, innanzitutto verso se stessa: vincere quell’istinto di mamma abituata a fare sempre tutto da sola. Perché non esiste miglior farmaco che combattere le proprie resistenze e aprirsi al prossimo, scoprendo la grandezza di chiedere aiuto. E di saperlo accogliere e ricevere.
Una telefonata. Una voce mai udita prima, ma che aveva quella sana patina di autenticità, senza alcun secondo fine.
Carla non riesce neanche a ricordare il nome di chi le sta parlando in quel momento. È tutta presa da quelle parole, pervasa da un senso di felice incredulità. Sogna con i piedi per terra, percependo che per Danilo, e indirettamente anche per lei, si stia aprendo, finalmente!, una prospettiva di rinascita.
Non è un sogno con il quale, al momento del risveglio, dovrà fare i conti con la cruda realtà di sempre. No, è davvero realtà.
La rinascita di Danilo. La seconda vita di Danilo. No, niente di tutto questo. Danilo resta sempre lui. È avvenuto semplicemente, si fa per dire, il miracolo di una comunità che si è mossa all’unisono. Che, nel più completo anonimato, ha agito per il bene di una persona. In quel caso di un bambino. Ed è un bene doppio.
Chi fossero quelle persone che hanno dato una svolta alla sua disperazione di mamma, Carla non lo saprà mai. Ed è anche giusto così. Il bene non deve avere mai un nome e un cognome.
Danilo ora è un bambino conteso. Conteso da tanti amici che si occupano di lui. La solitudine è solo un triste ricordo. La sua e quella della mamma.
Mamma che ora intuisce per suo figlio orizzonti diversi, perché ha saputo “leggere” e comprendere un messaggio superiore: solo in un ambito comunitario la vita di ognuno ritrova un senso di pienezza.
C’è un disegno che per fortuna non rientra totalmente nelle nostre mani. Sta a noi saperlo decodificare, assecondare e discernerne l’essenza.
Perché il caso non esiste.
“Le mani che aiutano sono più sante delle labbra che pregano” (Robert Green Ingersoll).
