Una vita appesa su due ruote
Sera d’inverno. Un ultimo drink nel miglior bar del centro prima di riprendere l’auto e rientrare a casa. Ma Alberto e Luciano erano ancora lì, indugiando sul da farsi, come persone che già immaginavano di dover continuare il loro incontro ai tempi supplementari.
Famiglia, politica, amarcord di una vita che fu. Due ore letteralmente volate, ma piacevoli. Eppure quella classica sensazione di qualcosa che non riesci a spiegarti, ma che di lì a poco si manifesterà in tutta la sua dirompenza, faceva capolino nella loro mente. Senza sosta.
Un uomo sulla cinquantina, una bicicletta, forse con il doping nella catena, e un enorme scatola sulle spalle. Uno sguardo al telefono e si alza sui pedali. Chissà cosa avrà visto.
Il dubbio viene dissipato pochi metri più in là, quando non si rende conto che quel piccolo specchio d’acqua dinanzi a sé nasconde un’insidia profonda quanto una buca. Quella nella quale piomba con la sua due ruote senza avere il tempo di frenare e di evitare di finire a gambe all’aria.
Il povero ciclista trasportatore non fa neppure in tempo a gridare dal dolore per le conseguenze della caduta che il rammarico, forse misto a disperazione, prende il sopravvento.
Passi quell’impatto tremendo con il braccio destro sul suolo, passino quelle escoriazioni lungo tutto il corpo, passino pure i vestiti ormai ridotti a brandelli. In quel preciso istante il suo più grande cruccio era non poter soddisfare il destinatario di quel cibo ancora fumante ormai distribuito lungo la strada e tutti gli altri che dopo quella consegna purtroppo andava a vuoto attendevano impazienti, forse invano, che il desiderio e la materializzazione della loro pigrizia bussasse alla porta di casa.
Questo il cruccio. Perché poi bisognava fare i conti più seri con l’algoritmo. Neanche la soddisfazione di essere redarguiti da una persona in carne e ossa.
Ecco cosa attendeva Alberto e Luciano. Non tanto il soccorrere quell’uomo sfortunato e infortunato – padre di famiglia che per arrotondare il bilancio familiare ciondolava con il suo trabiccolo da una parte all’altra della città – quanto il concretizzarsi di una diversa opinione sul tema, che ha reso necessario finanche i calci di rigore, con il rischio di una ripetizione della partita.
Quella sera a terra avrebbero potuto trovare chiunque. E non sempre con la possibilità di poterlo aiutare a rialzarsi. A volte, anzi, non accade affatto così. un’attività che nessuno sceglierebbe con molta probabilità di fare, se non costretto dalle circostanze.
Allora i due amici si sono interrogati. E interrogano anche tutti noi: il consumatore è un soggetto che paga e per la soddisfazione di un immediato desiderio ha determinato l’avvio di questo nuovo sbocco occupazionale. Di conseguenza, se non ci fosse il consumatore, questi “velocisti del cibo” non avrebbero lavoro. Il classico circolo virtuoso. O forse no.
Vale la pena per qualche euro in più che la vita di queste persone – ognuno con uno spaccato di vita diverso, magari pure con storie tragiche alle spalle – venga messa a repentaglio e sottoposta a ritmi e fatica spesso insostenibili e tutt’altro che commisurati al compenso? È vero che per loro è un impiego, ma suona più come una forma di “schiavitù evoluta”, per usare un eufemismo.
Si sono salutati pensierosi e meditando su cosa significhi nella vita di tutti i giorni la dignità della persona.
“Non tutto è ugualmente gratificante. Ci sono cose che facciamo per campare, altre per… vivere” (Giovanni A. Barraco).
