Lavoro: saranno di più i “vorrei ma non posso” o gli obiettivi raggiunti? Parola al 2023

Presentandole in audizione al Senato, il Ministro del Lavoro, Maria Elvira Calderone, ha recentemente diffuso le linee programmatiche per il 2023, ovvero una lunga teoria di temi da trattare, sviluppare e rendere effettivamente concreti nella loro applicazione.

Il tempo, come sempre, emetterà il suo inappellabile giudizio per comprendere se, al tirar delle somme, sarà più copiosa la sezione dei “vorrei, ma non posso” o quelli che, da semplice, si fa per dire “desiderata”, potrebbero davvero trovare uno sbocco risolutivo e definitivo.

Probabilmente non bisognerà attendere neanche la fine del prossimo anno per tracciare un bilancio definitivo, perché spesso sarà l’individuazione degli strumenti utilizzati in corso d’opera a consentire una previsione abbastanza attendibile sul successo finale o meno delle iniziative oggetto di attenzione.

Da queste pagine, già in tempi non sospetti e con un altro governo sulla tolda di comando, erano stati indicati con netto anticipo gli ambiti nei quali intervenire. Essendo cambiato poco o nulla, proviamo a ripercorrerli come una sorta di promemoria a valere per il nuovo anno, senza avere la pretesa dell’esaustività o di attribuire diversi livelli di priorità. Su quest’ultimo aspetto non ci sono dubbi: tutti in primo piano.

Incrocio tra domanda e offerta, che poggia quasi esclusivamente sui Centri per l’Impiego quando, invece, una sinergia tra il pubblico ed il privato attraverso il coinvolgimento sempre più marcato delle Agenzie per il Lavoro potrebbe migliorare la situazione e rendere l’utilizzo delle risorse economiche più oculato.

Ma incrocio tra domanda e offerta di lavoro significa soprattutto puntare il focus sulle competenze e sulla formazione continua. Ci stiamo avvviando verso il lavoratore che diventa una sorta di imprenditore di se stesso, che attraverso l’aggiornamento continuo del proprio skill professionale si mette frequentemente in discussione, alla ricerca di nuovi orizzonti di occupabilità.

Un lavoratore, in un certo senso, con la valigetta degli attrezzi sempre aggiornata, che acquisisca e consolidi la consapevolezza di essere protagonista di un processo di informazione e formazione in continuo divenire.

Ristrutturazione, all’insegna della digitalizzazione, di ambiti e competenze di tutti gli uffici, periferici e non, deputati al mondo del lavoro, che spesso risultano distanti e non allineati alle dinamiche del mondo produttivo.

Sburocratizzazione, che non significa per forza “deregulation”, ma, di converso, riduzione e/o disapplicazione di norme “figlie” di un contesto sociale e lavorativo diverso da quello attuale. Senza però aggiungerne altre (ogni riferimento al Decreto Trasparenza è puramente voluto) del tutto inutili per le aziende, quando addirittura contrarie al buon senso e all’operatività.

Vigilanza premiante per le società in regola e rigorosa fino alle estreme conseguenze per quelle che non sono tali, soprattutto dal punto di vista del rispetto delle norme in materia di salute e sicurezza e di contezza retributivo-contributiva.

Giuslavoristicamente parlando, potranno coesistere un lavoratore subordinatamente autonomo e un lavoratore autonomamente subordinato?

Un interrogativo, che ha di sicuro il sottile tono della provocazione, ma che deve sempre più farci interrogare sulla necessità di proseguire nel tentativo di modernizzazione del mercato del lavoro per renderlo più semplice e razionale nella sua applicazione.

Relazioni Industriali fattore abilitante? Certamente, purché la contrattazione si sposti sempre di più verso la prevalenza del secondo livello, perchè è solo in questo contesto, ove davvero viene generato il valore da parte delle imprese, che potranno scaturire ricadute positive in termini di efficienza e produttività.

Da non sottovalutare, inoltre, la portata della contrattazione decentrata o territoriale. In questo caso associazioni datoriali e sindacali potrebbero svolgere e consolidare quel ruolo di garanzia dell’uguaglianza del modello contrattuale per le aziende ubicate sullo stesso territorio che generano produttività, conoscenza e valore, perseguendo, al tempo stesso, un obiettivo tutt’altro che trascurabile, di giustizia sociale. Si tratta, in sostanza quasi di una nuova geografia del mercato del lavoro.

Adeguamento sostenibile del sistema previdenziale, anche attraverso la fattiva partecipazione di sindacati e associazioni imprenditoriali, nell’ottica di provare a garantire ai giovani di oggi, e non solo a loro, al termine del loro percorso lavorativo, un trattamento pensionistico almeno dignitoso. Ma è altrettanto vero che forse andrebbero sin da ora poste la basi per una soluzione innovativa, sotto certi versi anche anticipativa delle dinamiche che inevitabilmente andranno a consolidarsi nel mondo del lavoro del futuro.

Gli stessi fondi di previdenza di categoria per i lavoratori dipendenti – ammesso che esisterà ancora una separazione così netta con quelli autonomi – potrebbero altresì rischiare di perdere la loro peculiare caratteristica di complementarietà in assenza di un “primo pilastro” pubblico economicamente almeno supportivo.

Medesimo discorso può essere esteso anche agli ammortizzatori sociali, la cui esigenza di dover procedere a un restyling è stata condizionata ed accelerata dagli impatti che in particolare per le medie e piccole imprese ha provocato la pandemia.

Non è più il tempo dell’assistenzialismo fine a se stesso, ma si implementino interventi che siano orientati alla salvaguardia della capacità reddituale di chi vive situazioni lavorative di momentanea contrazione, purché inserite in un percorso di potenziale ripristino della normalità, con la possibilità che aziende e organizzazioni sindacali concorrano a integrare le previsioni economiche statali attraverso l’istituzione, laddove non già introdotti, dei cosiddetti fondi di solidarietà bilaterali.

Un libro(ne) dei sogni che difficilmente si tradurrà in realtà? Di sicuro pensare a soluzioni di piccolo cabotaggio e di ridotto spettro solo per gestire l’immediato, senza creare i presupposti per traguardare ad un domani più solido, è un rischio che il paese non può più permettersi di correre.

Ne va della competitività e della sostenibilità dell’intero sistema.