Quei due perché

“Perché proprio a me”? Risposta: “Perché non a te”? Due domande che aprono due mondi diversi e paralleli e che rappresentano altrettante modalità di fronteggiare determinate situazioni, spesso associate a circostanze non proprio felici della nostra esistenza.

Da un lato la rabbia, dall’altro l’indotta consapevolezza sulla vulnerabilità alla quale nessuno può sottrarsi. E spesso è proprio l’approccio che a lungo andare fa la differenza, non tanto rispetto al risultato finale, quanto all’atteggiamento tenuto.

La sostanza muta nella sua vera essenza, anche per quanto concerne le ripercussioni comportamentali, a seconda o meno del coinvolgimento diretto nella specifica vicenda.

C’è chi, come per liberarsi di un peso, quasi esorcizzandolo, non esita un solo istante a esternare il disagio, anche senza aspettarsi dall’altro una forma concreta di solidarietà, che anzi sente di averla già ricevuta attraverso il semplice ascolto. E c’è chi, invece, preferisce serbarlo nel proprio io, quasi ci fosse il timore di essere contagiosi. Persino di vergognarsene, pur senza avere colpa alcuna.

Accade molto raramente che la prima domanda venga (auto)formulata in presenza di un obiettivo raggiunto, perché è prevalente la manifestazione di quella prerogativa tipica dell’animo umano, in altre parole tradotta con orgoglio, che porta a ritenere noi stessi come unici artefici.

La prospettiva cambia radicalmente quando la stessa domanda viene posta in occasione della prova più alta: quella della sofferenza e del dolore. In quel momento diventa sotto certi aspetti inevitabile pensare di essere destinatari di un torto che giammai avremmo dovuto subire per chissà quali “punti di intangibilità” accumulati nel corso degli anni.

Ecco che, invece, pur nella sua crudele immediatezza lessicale, la seconda domanda consente di andare oltre, fino addirittura ad intravedere una prospettiva di speranza e di salvezza anche quando tutto sembra definitivamente compromesso. In questa chiave si perde la dimensione dell’essere vittima colpita ingiustamente dal destino, per divenire protagonista che, con un proprio stile e personali energie, reagisce agli input della sorte per costruire un nuovo se stesso, più forte, più maturo.

Incontrare qualcuno – senza che la q sia per forza maiuscola – o vivere qualcosa che ti faccia aprire gli occhi e scuota dentro di te quel buio da cui sei inevitabilmente attratto, fino a farti leggere ciò che sta accadendo sotto una luce nuova, può essere la vera risposta.

Pur in una quotidianità che stritola e che attrae a sé come un infinito buco nero, tentando di omologare tutto verso il basso, c’è ancora tanto di buono che merita attenzione e una rinnovata visibilità. Cominciando, per esempio, con il rivalutare persone alle quali precedentemente si è chiusa una porta perché forse hanno avuto il pregio, letto con il senno di poi, di metterti di fronte ad una verità scomoda. Oppure, cosa più difficile, riconoscendo i propri limiti e su di essi far leva per invertire la rotta e così dare nuova linfa a relazioni che altrimenti sarebbero proseguite solo per inerzia e senza l’impagabile bellezza dello stare insieme.

Facile a dirsi, meno che a farsi? Forse…

Ma allora, perché non a te?

“La vita è per il 10% cosa ti accade e per il 90% come reagisci” (Charles R. Swindoll).