Quando la stanchezza ha un retrogusto gradevole
Essere tale anche senza muovere un solo dito o senza fare un solo passo. Magari addirittura restando accomodati sul divano di casa o rimanendo insensibili a qualsiasi tentativo di impegnarsi in qualcosa che non sia una mera staticità.
Stanco. Chi di noi non lo è. Anche i più temerari, che dicono di non esserlo mai, qualche volta avranno ceduto, ritornando con i piedi per terra a gestire la più assoluta e “umana” normalità.
Immersi nella quotidianità che stritola, è la situazione tipica di chi, anche facendo una sola cosa, forse anche male, pensa di aver scalato l’Everest senza bombole di ossigeno e sherpa al seguito e si ferma.
Ma è anche quella di chi, al contrario, allora si arrende quando è riuscito a collocare nel corso della giornata più tessere nel suo mosaico chiamato “Incastro”. E tracciare comunque un bilancio positivo perché si sente vivo nell’aver posto la bandierina in più di una faccenda.
Esiste tuttavia una stanchezza diversa, che non lascia apparentemente strascichi nel fisico, ma è più pericolosa perché ne permea la mente e il cuore. È quella di chi non fa nulla oppure gira a vuoto. Di chi lascia andare la propria vita avanti per inerzia e non si mette in gioco.
Quante volte abbiamo anche direttamente constatato episodi per i quali le persone più dinamiche, quelle alle quali ti eri addirittura ispirato per la loro esistenza “tentacolare” e le avevi finanche invidiate, sono all’improvviso precipitate, tirando dietro di sé le loro famiglie e pregiudicando tutto il contesto relazionale costruito nel tempo.
C’è bisogno di una sorta di “qualità” nella stanchezza, che può aiutarti a capire dove è il caso di affondare i colpi, non solo per trarne personale soddisfazione, o dove è più opportuno remare di bolina o lasciare la barca ancorata al porto.
A fare la differenza è spesso il come ci si approccia alle cose, fino ad arrivare a dire che è possibile conferire “sapore” alla stanchezza. Come? Gustandola attraverso la constatazione che i tuoi sforzi danno vita, felicità e benessere agli altri. Allora la proverbiale lingua lunga di chi si affatica diventa quasi una corsia preferenziale per raggiungere persino un miglior equilibrio nel tuo io.
Occorre una grossa capacità di introspezione, condita da quel pizzico di saggezza che consenta di comprendere quando è il caso di fermarsi o quando bisogna dare una direzione diversa alla propria vita. In questo caso la presunzione di potercela sempre fare da soli è spesso la causa più alta di stanchezza, non solo fisica, ma psicologica.
Arrendersi a se stessi e affondare le proprie “stanchezze” nelle corpo di una comunità che le sappia leggere e valorizzare consente di non girare a vuoto o di massimizzare gli sforzi. Tutto ciò perché il confronto con gli altri porta con sé il grande pregio di relativizzare la propria vita e attribuire ad essa le giuste priorità.
Quel giorno in cui appoggeremo la testa sul cuscino, sorrideremo e saremo contenti della nostra stanchezza, tanto da essere in grado di trarne da essa frutto e giovamento, allora potremmo dire di avercela fatta.
Ci riusciremo?
“Esiste una stanchezza dell’intelligenza astratta ed è la più terribile delle stanchezze. Non è pesante come la stanchezza del corpo e non è inquieta come la stanchezza dell’emozione. È un peso della consapevolezza del mondo, una impossibilità di respirare con l’anima” (Fernando Pessoa).
