Lavoro domestico: una inaspettata fonte di ispirazione
Alzi la mano chi durante questo nuovo lockdown non abbia fatto dietrofront con la mente e sia ritornato a rivivere, di certo non rimpiangendolo, dinamiche, stati d’animo e prospettive del primo, decisamente molto più lungo e sofferto.
Se simulassimo di trovarci tutti connessi alla stessa conference call su Meet, Zoom o Teams, assisteremmo a una infinita distesa delle cinque dita, alzate stando più o meno comodamente seduti sul divano, sulla sedia del proprio studio (per chi ha la fortuna di averne uno) o del tavolo della cucina.
Divano, studio, cucina: la dimensione domestica del lavoro che trionfa. Quindi parliamo di home working? Di smart working? Di remote working? O addirittura di lavoro a domicilio?
Niente di tutto questo. Oggi al centro del mio intervento pongo nientepopodimeno che il lavoro casalingo. Ebbene sì…
Più che mai in questo Natale, in cui sono stati costretti ad abbassare le serrande anche i ristoranti, mi sono soffermato a considerare, rivalutandola come mai, la fatica di chi prepara leccornie (dall’antipasto al dolce), poi riassetta la casa, poi lava e stira tovaglie e poi ricomincia… Ed è un discorso che riguarda anche gli uomini, non solo le donne, anche se obiettivamente è su quest’ultime che grava il peso maggiore.
Lungi da me procedere alle trite e ritrite (anche se verissime!) dissertazioni su quanto questa attività venga sottostimata, senza essere retribuita, neanche con un salario minimo (argomento mai come negli ultimi tempi al centro dell’attenzione), pur essendo usurante, non solo per il corpo, ma anche per la mente…
Come nel mio stile mi piace cogliere i pregi e le potenzialità, per dimostrare, in questa circostanza, quanto il lavoro casalingo riunisca in sé alcune caratteristiche che lo rendono concettualmente esportabile anche in un contesto produttivo.
Quali?
Multitasking, ad esempio. Si tratta di una specializzazione multipla, esercitata simultaneamente. Un passo in avanti rispetto all’interrogativo sempre dibattuto all’interno delle nostre organizzazioni se sia preferibile contare su collaboratori in possesso di competenze specifiche e settoriali piuttosto che generiche, ma complessive.
Amore. Quello che fa sempre la differenza tra un lavoro svolto e un lavoro riuscito è la passione. In questo caso la dedizione e l’attenzione per i destinatari del servizio sono senza eguali. È la classica differenza tra chi fa cascare puntualmente la penna sulla scrivania allo scoccar dell’ultimo secondo dell’orario giornaliero e chi, invece, dimentica di guardare l’orologio sul polso o quello che si trova in basso a destra del pc.
Autodeterminazione. Il lavoratore decide tempi di servizio e di riposo. Ciò che conta è il risultato. Il quando agire viene deciso contemperando le esigenze personali e familiari.
Tutto perfetto? Evidentemente l’aspetto da implementare è quello del premio: raramente l’incentivo viene dall’esterno. Normalmente resta solo, si fa per dire, la soddisfazione tutta individuale di aver svolto al meglio il proprio lavoro.
Di concreto, quindi, cosa c’è di applicabile del lavoro casalingo in una impresa?
La conoscenza di tutti gli elementi del lavoro da svolgere, innanzitutto, compreso quello affidato agli altri, pur mantenendo intatta la propria peculiarità dal punto di vista delle competenze e delle modalità esecutive. Più che giusto, si rivela opportuno che ogni lavoratore guardi più lontano, in modo particolare se il raggiungimento del risultato in capo a se stesso risulti funzionale e vincolante a quello del collega. Un concetto elementare, ma basilare per mantenere i giusti equilibri in un team, per definizione coacervo e sintesi di diverse capacità e di molteplici punti di vista.
Amore è decisamente un vocabolo lontano anni luce dal “giuslavorismo”, ma non trovo fuori luogo utilizzarlo. Se lo psicoanalista e scrittore Massimo Recalcati, pur in un ambito legato alla didattica, può parlare di “erotica dell’ora di lezione”, perché non imparare anche all’interno delle aziende ad attivare meccanismi che consentano di apprezzare il valore e l’essenza di ciò che si fa, l’utilità sociale (che, in senso lato, traguarda alla più generale responsabilità sociale delle imprese nel territorio ove operano), l’insostituibilità di ciascuna funzione e di far appassionare al lavoro che ciascuno effettua?
Non tutti i lavori sono evidentemente affascinanti, con la dicotomia che fa sempre capolino tra il lavoro sognato e quello verso il quale le circostanze della vita hanno portato a ripiegare. Ma sentire e far percepire che tutti i lavori, e chi li conduce, hanno il loro livello di importanza consente di rivalutarli agli occhi e nel cuore di chi lo presta.
Come disse un giorno Martin Luther King: “Un uomo chiamato a fare lo spazzino dovrebbe spazzare le strade così come Michelangelo dipingeva, o Beethoven componeva, o Shakespeare scriveva poesie. Egli dovrebbe spazzare le strade così bene al punto che tutti gli ospiti del cielo e della terra si fermerebbero per dire che qui ha vissuto un grande spazzino che faceva bene il suo lavoro”.






