Quando un modello è per sempre

Un uomo con una folta barba bianca, di 72 anni, che corre da un lato all’altro del campo, insieme alla sua squadra. Ma non è un correre qualunque di una persona qualunque. Perché quel correre qualunque ha un nome che già di suo è tutto un programma: “allenamento suicida”. E perché quella persona altri non è che l’allenatore della nazionale di basket statunitense che sta finalizzando la preparazione per le imminenti Olimpiadi di Tokio.

Chi ha dimestichezza con la palla a spicchi ha già storto il muso al semplice leggere quelle due parole, che tradiscono una fatica spezzafiato come poche nel mondo dello sport. Descritto in poche parole, l’allenamento suicida consiste nel correre dalla linea di fondo campo a quella del tiro libero, ritornare indietro, ricorrere fino a metà campo, ritornare indietro e ripetere il movimento per l’altra linea del tiro libero e per la linea di fondo opposta.

A dirsi così sembra alla portata di tutti. Ma c’è un piccolo particolare: va fatto in un tempo prestabilito, nell’ordine di poche decine di secondi e varia a seconda del livello, con cicli ripetuti e continui cambi di direzione.

Nel nostro caso questo coach, una autentica icona del movimento cestistico americano e non solo, dall’alto del suo carisma e in ragione della non più verde anagrafe, avrebbe potuto spronare i suoi atleti durante l’esecuzione di questo esercizio stando tranquillamente seduto sulla panchina. Ma deve essere scattato in lui qualcosa di diverso da un semplice, si fa per dire, insegnamento e applicazione di uno schema. Qualcosa che non si legge su alcun manuale, ma che ti nasce da dentro e sai che può costituire il classico valore aggiunto per gli altri: dare l’esempio.

Almeno nelle fasi iniziali il video che lo immortala induce a nutrire un sentimento di tenerezza nei confronti di questo decano della pallacanestro, dall’incedere un po’ goffo per una fluidità di movimenti decisamente figlia della propria età. Ma dopo qualche secondo a prevalere è soltanto il rispetto e la voglia di poter essere, in senso lato, come lui, soprattutto nei contesti in cui ognuno di noi, con i propri comportamenti, può lasciare una traccia nella formazione degli altri, soprattutto dei più giovani.

Già, i più giovani. Durante questa pandemia, come anche da queste pagine abbiamo qualche volta chiosato, sono stati gli individui a subire gli effetti peggiori in quanto a venir meno della socialità e delle relazioni. Nessuno escluso, tutti dobbiamo sentirci responsabili del loro futuro, a cominciare dall’individuazione di modelli più solidi e meno effimeri, figli di un substrato attraverso il quale si viene artatamente condotti a ritenere che l’eccezione di un successo effimero possa riguardare tutti. “Se ce l’hanno fatta loro, posso farcela anche io”.

Quell’anziano signore apre invece ad una speranza: la speranza che possa ancora prevalere la bellezza del sano ed educativo sacrificio, che una goccia di sudore versata su un rettangolo di gioco – ma vale lo stesso nel più grande e imperscrutabile campo della vita – possa poi rientrare a pieno titolo in uno stile di comportamento che resta per sempre.

Il messaggio di coach G è chiaro, inequivocabile: “Tu corri, soffri, fallo anche e soprattutto se in quel momento ti viene proprio difficile chiederti il perché. Lo faccio anche io che potrei non farlo. Poi arriverà il momento del dunque, ti volterai indietro e capirai, magari anche sorridendo, delle ragioni di quella apparente e inutile fatica”.

Un approccio che riguarda solo i giovani? Niente affatto! Coinvolge anche tutti coloro che giovani non lo sono più, ma che guardano avanti con il desiderio di andare sempre oltre, di mettersi spesso in discussione, di armarsi di quel ponderato coraggio per fare scelte spesso dettate più dal cuore che dal raziocinio.  

Ecco allora l’importanza, anzi l’indispensabilità di avere modelli ed esempi ispirati più all’essere che all’apparire. Perché esistono sogni e sogni. L’unica differenza sta nel modo in cui arrivare a realizzarli. E alla loro durata nel tempo.

“Dà vita a dei buoni esempi: sarai esentato dallo scrivere buone regole”. (Pitagora)