Tra maschere, coerenza e cambiamenti
Tempo di rientro dalle vacanze – fortunato chi ha potuto permettersele, e non solo per ragioni di carattere economico –. Tempo di ripristino di una normalità che tutti auspichiamo, mentre forse prima cercavamo persino di esorcizzarla. Tempo di buoni propositi, con la ripresa del lavoro e quella sempre tormentata delle scuole.
Siamo tutti alla ricerca di situazioni che ci rassicurino, di certezze che invochiamo, di una stabilità complessiva, per quanto precaria, da riconquistare, nonostante messa a dura prova ormai da molti mesi a questa parte. E non sembra essere ancora finita…
Più naturale, quindi, rifugiarsi nel comodo “ho fatto sempre così?”, soltanto perchè posso già pensare di immaginare il punto di approdo? O una sana rivisitazione del proprio io – soprattutto di quella parte di me stesso che ho sempre “costruito” per apparire agli altri sotto mentite spoglie – può contribuire a edificare un mondo migliore, anche a costo di ridefinire i capisaldi della mia vita perché consapevolmente e finalmente non più riconosciuti come tali?
Non si tratta di perdere in coerenza, spesso invocata come la virtù di chi, cascasse il mondo, non cambia mai la propria opinione o il proprio atteggiamento rispetto alla medesima situazione – quasi fosse poi un reato cambiare idea – se adeguatamente motivata e frutto di maturazione interiore e non di mero opportunismo.
Si tratta, invece, di acquisire in sapienza e in capacità di leggere gli avvenimenti con lungimiranza, di guardare oltre il proprio orticello e i propri interessi, tenendo presente come unico riferimento la propria coscienza e non la spasmodica ricerca del gradimento e del positivo giudizio altrui.
Quante maschere siamo soliti indossare negli ambienti che frequentiamo, spesso perché costretti da dinamiche che, se non assecondate, possono condizionarci o, peggio, pregiudicarci il futuro? Quante volte siamo i primi ad ammettere a noi stessi l’inconcludenza di un determinato comportamento, che però devo mantenere all’insegna di “superiori esigenze”?
Papa Francesco, già di suo poco incline al rispetto di prassi e cerimoniali vari, recentemente si è reso autore di un gesto – il rispondere al cellulare interrompendo i saluti al pubblico dopo l’udienza del mercoledì – in cui ha abdicato senza indugio all’aplomb che la sua figura gli impone di assumere per statuto, come si suol dire.
Un fuori programma, quello del Sommo Pontefice, che ha sorpreso tutti, ma che allo stesso tempo ha attribuito alla nostra stritolante e condizionante quotidianità quel carattere di bellezza e persino di sacralità, tale da restituire dignità alle nostre esistenze spesso travagliate.
Si può cambiare, allora? Certo che si può cambiare! Nulla certamente avviene e muta dall’oggi al domani, ma il predisporsi per acquisire la giusta forma mentis, il sapersi saggiamente mettere in discussione faranno di un processo interiore all’apparenza lento e almeno all’inizio privo di risultati concreti, se non addirittura foriero di disagi, la vera sfida per la nostra vita. Con un paradosso evangelico: bisogna morire a se stessi.
Tutti possiamo coltivare e perseguire questa opportunità, a maggior ragione in conseguenza di questa emergenza pandemica, sulla quale il sipario sembra non calare mai.
Lo dobbiamo a noi stessi. Lo dobbiamo agli altri.
“Sii il cambiamento che vorresti vedere avvenire nel mondo”. (Mahatma Gandhi)




