Gli occhi che muovono il cuore
Fastidiosissime multe per divieto di sosta o fantasmagorici messaggi pubblicitari che, dietro promessa di pochi euro, promettono l’eldorado della felicità.
Chissà quante volte sul parabrezza della nostra auto ci siamo trovati a sollevare il tergicristallo, leggere il contenuto di quelle cartacce e, a seconda delle circostanze, gettare quei fogli multicolori nel più vicino cassonetto dei rifiuti o, nella peggiore delle ipotesi, portare a casa quel bollettino da pagare, mentre strada facendo auguri il meglio, si fa per dire, a quel solerte vigile urbano che te lo ha lasciato.
Quella mattina di pochi giorni fa M, uno sfortunato cittadino di una non meglio identificata località americana, deve aver pensato la stessa cosa quando sul cofano della propria auto ha trovato un foglio. Con la sottile differenza, rispetto a tanti altri precedentemente rinvenuti, che non fosse scritto al computer, ma di proprio pugno da uno sconosciuto.
L’auto, per il protagonista della nostra storia, è l’unico tetto sotto il quale può proteggersi, il solo mondo che gli è rimasto. Più che in Italia, dall’altra parte dell’oceano si fa presto ad essere scaraventati al di fuori di ogni sociale dignità dall’oggi al domani, spesso senza ragioni concrete e obiettive.
Ma le parole che M ha letto su quel pezzo di carta gli hanno restituito una speranza, testimoniandogli che la vita può sempre riservare dei momenti di rinascita, anche quando sembra essere oramai tutto perduto e il baratro è dietro l’angolo.
Poche righe, il cui incipit (Friend) è già di per sé motivo di conforto. Uno sconosciuto gli ha scritto di essersi trovato nel suo stesso stato, che quindi comprendeva bene il suo stato di disagio e di sofferenza e che per qualsiasi cosa poteva contare su di lui, lasciandogli l’indirizzo di casa, ubicata alla fine del parco dove stazionava il povero M con il suo tutto.
La frase finale della lettera, al di là del manifesto orientamento religioso, che conta men che nulla in queste circostanze, recitava così “Sono cristiano, non voglio niente in cambio. Semplicemente ti ho visto lì fuori e mi è dispiaciuto”.
Non sappiamo se M avrà effettivamente accolto l’invito del suo benefattore e se davvero avrà bussato alla sua porta. In circostanze come queste qualche volta può anche subentrare una patina di orgoglio che ti spinge a non voler chiedere aiuto perché ti ritieni, inutilmente autocondannandoti, l’unica causa di quanto di negativo ti sia accaduto. E quando c’è di mezzo una famiglia, le cose tendono addirittura ad amplificarsi.
Ma ciò che conta più di tutte è che il protagonista della nostra storia non sia stata l’ennesima vittima del sentimento peggiore, addirittura più dell’odio, sotto certi aspetti: l’indifferenza, soprattutto quando il turbine in cui è immerso il nostro frenetico incedere quotidiano ci fa restare sordi ed insensibili alle necessità sostanziali delle persone a noi più prossime.
Proprio oggi, neanche a farlo apposta, si è parlato di scribi e di farisei che si vanagloriavano davanti a tutti di lasciare in elemosina il loro superfluo, dopo aver affamato vedove e figli, e di una povera donna che invece non ha esitato un solo istante a donare quanto a lei indispensabile alla propria sopravvivenza.
Quando offriamo agli altri il nostro nulla o dedichiamo loro il nostro tempo, facciamolo senza squilli di tromba, nella maniera più anonima possibile e senza eccessivo rumore. L’importante è che sia sincero, non invadente e rispettosi di qualsiasi condizione, nonché scevro da qualsiasi attesa di riconoscenza.
E chissà allora quanti M riusciremo a vedere lungo il nostro cammino della vita con gli occhi del cuore.
Colui che vede un bisogno e aspetta che gli venga chiesto aiuto è scortese quanto colui che lo rifiuta (Dante Alighieri).
