Economia sì. Ma prima la persona
Proviamo a fermarci un attimo e a riflettere: viviamo in una fase di eterna vigilia, ove c’è sempre qualcosa che sembra debba maturare per dare un senso alle nostre certezze, già abbondantemente rese precarie da questa infinita emergenza sanitaria.
Vigilia è sinonimo anche di attesa, ovvero di quella particolare situazione che invita alla speranza o apre le porte alla delusione per qualcosa ancora al di là da venire, ma che sarà inevitabile nel suo concretizzarsi.
Ritenevamo di vedere dinanzi a noi lo striscione dell’ultimo chilometro. Invece quello che si sta manifestando ha più le sembianze del traguardo di un gran premio della montagna (per gli amici cicloamatori è un esempio dal sapore familiare), da tagliare tuttavia dopo molti tornanti ancora da percorrere e con il battito del cuore a frequenze elevate.
Però non c’è da preoccuparsi: l’economia sta facendo registrare segni di ripresa e il prossimo anno sarà quello della definitiva inversione di tendenza. Un “mantra”, che se trova effettivo riscontro in tutte quelle complicate formule e in tutti quegli intricati grafici dei superesperti in previsioni e tendenze, trova una risposta diversa in chi, invece, respira la sua quotidianità.
A pensare troppo a numeri e percentuali, indispensabili – ci mancherebbe! – per declinare iniziative e azioni concrete verso un domani si spera più radioso e stabile, si rischia, tuttavia, di perdere coscienza con quelle che sono le dinamiche del vivere reale.
È sempre più evidente la scollatura tra la ristretta cerchia del mondo che decide e quello oggetto di tali decisioni. A furia di continuare a puntare l’attenzione sempre e solo a conti e manovre si perde il contatto con le persone e con la salvaguardia della loro socialità. Ciò non significa che aver riaperto i teatri, i cinema, i musei, gli stadi non abbia sortito alcun effetto, avendo anzi assolto al duplice obiettivo di aver contribuito a dare ossigeno all’economia e al ripristino delle relazioni.
Ma esiste tutto un sommerso che continua a non essere preso in alcuna considerazione. È il mondo di coloro i quali hanno vissuto e stanno vivendo la pandemia ancora fagocitati dal loro stesso disagio e che non trovano ciò di cui forse hanno più bisogno: una persona che li ascolti.
Basta parlare con chi vive e recepisce ogni giorno queste situazioni di malessere. Una chiacchierata con un insegnante, ad esempio, che ha il polso della situazione dei nostri ragazzi e delle loro famiglie, ti restituisce lo spaccato di un mondo che tu non avresti mai immaginato essere tale nella sua cruda e amara realtà.
Ad un prima già di per sé problematico si è purtroppo affiancato un dopo addirittura peggiore. Ecco perché ai tanti roboanti investimenti preannunciati, che metteranno in circolo milioni e milioni di euro al fine di contribuire alla rinascita del nostro paese, dovrebbero essere affiancati gli investimenti più importanti: quelli immateriali verso le persone per restituir loro una dignità che le circostanze avverse della vita hanno minato.
E allora che parta da ognuno di noi “la manovra economica”, fatta sì di concreta solidarietà, ma che allo stesso tempo scavi nel cuore quel posto per accogliere il disagio del prossimo e trasformarlo in una aspettativa di speranza.
“La democrazia può resistere alla minaccia autoritaria a patto che si trasformi da democrazia di spettatori passivi in democrazia di partecipanti attivi, nella quale cioè i problemi della comunità siano familiari al singolo e per lui importanti quanto le sue faccende private” (Erich Fromm).
