Lo smart working fa il… pieno?

Piede nuovamente sull’acceleratore per lo smart working  in ragione dei vertiginosi incrementi del prezzo dei carburanti conseguenti alla guerra tra Russia e Ucraina? Quanto saranno nuovamente rimessi in discussione gli equilibri all’interno delle organizzazioni aziendali, in molte circostanze suffragati anche da accordi sindacali, tra attività da remoto e attività in presenza?

Che quella via di mezzo chiamata “lavoro ibrido” possa vivere una fase di stand-by non è un ipotesi totalmente priva di fondamento. Anche in Italia le imprese cominciano a risentire dell’approvvigionamento sempre più costoso delle materie prime energetiche e gli stessi dipendenti stanno facendo i conti con un portafogli che alla voce rifornimento di benzina o di gasolio fa registrare un esposizione economica sempre più rilevante e insopportabile.

È auspicabile, quindi, per le aziende che già lo hanno positivamente testato, un ritorno all’operatività come durante i lockdown nelle fasi più acute e pericolose della pandemia, ovvero ricorso massiccio, per non dire esclusivo, al lavoro da remoto?

Si tratterebbe, in sostanza, di una sorta di iniziativa di welfare indotta da una circostanza che si spera temporalmente circoscritta, attraverso la quale il datore di lavoro si predisponga a concedere al personale la facoltà di decidere il luogo ove prestare l’attività lavorativa, senza imporre un vincolo di giorni da osservare obbligatoriamente all’interno delle quattro mura aziendali.

Del resto molte aziende hanno potuto constatare come l’utilizzo esclusivo dello smart working, ritenuto all’inizio del Covid-19 in alcuni casi come la sola alternativa alla riduzione, se non addirittura al blocco delle attività, abbia poi funto da acceleratore al raggiungimento degli obiettivi e al miglioramento della produttività in generale.

Sotto certi aspetti importante, se non addirittura fondamentale, potrebbe risultare in queste fasi il mobility manager, un vero e proprio responsabile degli spostamenti del personale da e verso l’azienda, figura istituita nel 1998 e che lo scorso anno è assurta a rinnovata dignità e potenzialità con il decreto firmato congiuntamente dai titolari del dicastero per le infrastrutture, Enrico Giovannini, e del dicastero per la transizione ecologica, Roberto Cingolani.

Di sicuro quest’ultimo provvedimento, oltre ad aver reso maggiormente esplicite le attribuzioni in capo al mobility manager aziendale e a quello d’area – una sorta di potenziale ruolo di raccordo e coordinamento tra gli omologhi delle imprese e i comuni territorialmente competenti presso i quali è designato – ha disposto l’adozione del piano degli spostamenti casa lavoro entro il 31 dicembre di ogni anno per le aziende con unità produttive con più di 100 addetti, ubicate in un capoluogo di regione, in una città metropolitana, in un capoluogo di provincia, ovvero in un comune superiore a 50mila abitanti.

È indubbio che il citato piano è materia solo in parte coincidente con lo smart working, il quale costituisce solo uno dei potenziali strumenti per la sua attuazione.

Ma è altrettanto vero che la situazione contingente rappresenta un’occasione favorevole per dare linfa e concreto significato a tutte quelle iniziative, come, ad esempio, il car pooling o il car sharing, che ammortizzerebbero i costi del personale per recarsi al lavoro e renderebbero più gestibili gli aumenti del prezzo del petrolio, quando esponenziali come in questi giorni.

Se poi – come sostiene il ministro Cingolani – tali aumenti non sono correlati alla realtà dei fatti, sia in corso una spirale speculativa e siamo nel vortice di una colossale truffa a spese delle imprese e dei cittadini, questo è un altro discorso.