Dalla solidarietà alla fraternità: così combattiamo la guerra

Immagini nitide e inequivocabili, che ci instillano gocce di una sofferenza indicibile. Suoni cupi e roboanti, che scuotono anche gli animi meno avvezzi alla bellezza di un sentimento. Voci disperate e spesso rassegnate, che chiedono alla vita un ultimo sussulto di presenza verso una rinascita altrove.

Bimbi, tanti bimbi. E mamme, tante mamme. Da soli. Da sole. Che rischiano di non rivedere mai più i loro papà, i loro mariti.

C’è una umanità violata nella sua naturale essenza. E si fa fatica a pensare che la scintilla di quanto sta accadendo sia albergata e crudelmente e oggettivamente manifestata nella mente di un uomo, forse solo. Di quell’uomo creato da Dio, amore infinito, a sua immagine e somiglianza, che quasi viene voglia di rispolverare i libri di catechismo per ricordare se davvero è ancora così o si è trattato di un refuso di stampa perpetuato nel tempo.

Non sappiamo quando questa immane tragedia conoscerà la parola fine. Nel mondo continuano a combattersi guerre e ad essere perpetrate forme di violenza in generale, finite nel più completo dimenticatoio, che non esistono più neanche per sentito dire. Intere popolazioni abbandonate a loro stesse, che il mondo, soprattutto quello dell’effimero benessere, ha finito per accantonare come uno scarto qualunque e come tale trattato. Nel più completo disinteresse. Nella più colpevole indifferenza.

C’è uno scatto in avanti che tutti dobbiamo fare: dalla solidarietà bisogna approdare alla fraternità. Due predisposizioni d’animo apparentemente simili tra di loro, che invece sottendono profondissime differenze.

Si è solidali quando si viene incontro con ogni mezzo, anche con quello della preghiera – il meno appariscente, ma di certo il più spiritualmente presente – alle persone bisognose. Ma quando la situazione di indigenza finisce, finisce anche la solidarietà. Quasi un sentimento a fisarmonica.

Fraterni si è quando si crea autentica condivisione. Quando le sofferenze del prossimo sono incarnate nelle proprie sofferenze. Quando nel vedere, nel vivere il dolore dell’altro si relativizza anche il proprio e gli si attribuisce un valore diverso. Perché c’è sempre una persona che soffre più di te, ammesso che quelle che noi chiamiamo sofferenze siano veramente tali.

Ecco perché abbiamo tutti l’obbligo morale, innanzitutto verso noi stessi, di fare sempre memoria di queste terribili esperienze, che abbiamo la fortuna di vivere distanti, ma da cui non possiamo ritenerci di essere affrancati per il futuro per virtù divina, quasi potendo contare su una sorta di patente di immunità.

Allora cominciamo seriamente a lavorare negli ambiti ove davvero possiamo incidere con il nostro io. Guardando innanzitutto nelle nostre famiglie. In questo lungo cammino di Quaresima, dove tutti siamo chiamati a dare un senso diverso alla nostra esistenza, esploriamo ogni possibilità per modificare le nostre certezze e rimetterci in discussione, vivendo una fase nuova dei nostri rapporti. Da genitori verso i figli, da marito verso la moglie e viceversa, verso i nostri stessi genitori.   

Sarà poi più semplice rituffarci con animo rinnovato, ad esempio, nell’ambiente di lavoro, nelle comunità che frequentiamo, in tutto ciò che ci pone in un’ottica collettiva. E saremo ben lieti di non meravigliarci più se anche gli altri dovessero vederci con una luce diversa. La luce del fratello. La luce della sorella.

Perché è anche così che si sconfigge la guerra. E si conquista la pace.

“Tutti noi abbiamo un’origine comune, siamo tutti figli dell’evoluzione dell’universo, dell’evoluzione delle stelle, e quindi siamo davvero tutti fratelli” (Margherita Hack).