Seminare per gli altri significa raccogliere i frutti per sé

Dubbio, incertezza, insicurezza. La nostra vita è spesso condizionata da queste caratteristiche che fanno parte del nostro essere.

C’è chi le interpreta e le asseconda come un’opportunità di crescita del proprio io, all’insegna di un voler comunque andare sempre oltre, senza precostituirsi un obiettivo, ma interpretando l’obiettivo come lo stesso percorso per raggiungerlo.

Allo stesso tempo c’è chi invece prima di incamminarsi deve conoscere ogni dettaglio e prevedere e rimuovere ogni possibile ostacolo. E il mancato risultato viene considerato come naturale conseguenza di una tabella di marcia che avrà trascurato qualche particolare all’apparenza irrilevante, poi però rivelatosi decisivo.

Se ci riflettiamo, è un po’ la stessa differenza che passa tra chi preferisce la gestione del quotidiano perché il futuro è adesso, e potrebbe non esserci un domani, e chi ha bisogno di pianificare pur consapevole di non avere dinanzi a sé una situazione consolidata, ma almeno una visione, un proprio ideale da soddisfare.

È un distinguo dirimente per chi è chiamato a coordinare una comunità, a prescindere dalla numerosità delle persone da guidare e dall’ambito in cui questo ruolo di guida si muove. Perché qualsiasi passo falso non solo rischia di pregiudicare l’oggi, ma di porre una seria ipoteca sull’avvenire.

Dalla politica alla cultura, dalla scuola alla chiesa, dal lavoro all’economia: quanti esempi si potrebbero portare per avvalorare questa considerazione. Affondando il colpo sulla realtà contingente, i tristi avvenimenti bellici alle porte dell’Europa sono lì, impietosi, a dimostrarlo.

Quante persone, senza avere la minima contezza di ciò che dicono o fanno, con una preparazione specifica che si è nutrita di pillole di Bignami, per chissà quale strana coincidenza (che tanto strana poi non è), dirigono comunità, si ergono a maître à penser, pronti a bearsi dei pochissimi risultati a malapena raggiunti e altrettanto pronti a scaricare la responsabilità del proprio insuccesso sugli altri.

L’eredità più significativa che potremmo lasciare ai nostri figli, quando arriverà il momento del dunque, sarà quella di aver servito e di non essere (as)servito, di aver seminato qualcosa di bello e di buono pur senza averne visto i frutti – come un messaggio che travalica le generazioni –, di essere stato una persona da ricordare più per ciò che ha saputo essere piuttosto che per quello che è riuscito ad ottenere.

In fondo, si potrebbe opinare, cosa vuoi che sia, se non una sottile, a volte impercettibile ed apparente, diversità lessicale e di concetti, qualche volta anche ad effetto.

Invece no. Da un lato c’è un modello di vita vissuta in pienezza. Dall’altro un modello per cui la vita è stata uno strumento, non un valore.

Altro che semplici punti di vista.

È bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola” (Paolo Borsellino).