Gli sguardi dell’anima

Scommetto che non lascerebbe insensibile neanche il cuore più impermeabile ai sentimenti l’ascolto della storia di C, giovane operatrice sanitaria all’interno di una RSA, acronimo ormai entrato per tutti a far parte del lessico quotidiano.

Ha contratto il Covid-19 sul lavoro, è poi rimasta a casa un mese e, una volta guarita, ha ripreso l’attività nella Residenza a novembre. Per non mettere a repentaglio la vita degli anziani ospiti, ha deciso così di non rientrare nella propria abitazione e di restare lì ininterrottamente per due mesi, trascorrendo le festività natalizie con loro che piano piano “sente” sempre di più persone di famiglia.

Tante nonne e tanti nonni, recisi dai loro affetti, minacciati dal virus, ma molti ancor di più da solitudine e depressione.

“Cosa mi porterò dentro – racconta C – di tutta questa esperienza? “Gli sguardi. Di quei volti rugosi e muti, coperti dalle mascherine, gli occhi parlano, a volte implorano, altre volte piangono. Ogni giorno quegli occhi si aprivano nel dubbio: “che ne sarà di me?”, a volte si piegavano in alto per un sorriso, ma più spesso si fissavano dentro ai miei, cercando aiuto, conferme, sicurezze… Cercando di non essere soli. A volte si sono chiusi per non riaprirsi più e mi si sono scolpiti dentro”.

A ben vedere, è proprio il caso di dirlo, sono gli sguardi la nostra parte più vera e vitale in questo periodo: non possiamo abbracciarci, fatichiamo a parlarci con la bocca coperta, non mostriamo i sorrisi, ma con gli sguardi continuiamo a essere noi stessi e a dire di noi.

Impariamo di nuovo, allora, a riscoprire l’arte, perché tale si tratta, di guardarci negli occhi, di leggere gli sguardi di chi incontriamo. Non possiamo darci una stretta di mano, ma possiamo soffermarci e dimorare nell’anima dell’altro con lo sguardo e raccogliere il suo umore, le sue paure, i suoi sogni. E sorridere con gli occhi contemplando.