Quale il destino dei lavoratori in una maxifusione?

Per ora si è parlato di assemblee dei soci, di nuovo consiglio di amministrazione, di dividendi straordinari, di miliardi di capitalizzazione in borsa, di mercati di riferimento da consolidare e altri da esplorare.

Temi prodromici e costitutivi della mega operazione di fusione tra FCA e PSA, con cui si è aperto questo 2021 e che il 16 gennaio darà ufficialmente origine a Stellantis, il nuovo colosso automobilistico italo-francese, chiamato a competere con multinazionali del calibro di Toyota, Volkswagen e Renault-Nissan-Mitsubishi.

A leggere i numeri che le due società hanno complessivamente portato in dote non si può non sostenere che siamo di fronte a una integrazione di assoluto rilievo: 15 marchi, siti produttivi in 29 paesi, 8,7 milioni di esemplari venduti, oltre 180 miliardi di fatturato, 7 miliardi di profitti e 400mila dipendenti.

Quella del personale coinvolto e del destino che li attenderà rappresenta senza dubbio la vera sfida di tutta l’operazione nell’ottica di chi analizza questo aspetto vestendo i panni dell’addetto ai lavori.

Al di là degli elementi di carattere economico e finanziario, due sono le parole chiave, temute e attese allo stesso tempo, soprattutto dai dipendenti, per comprendere a pieno portata e prospettive di questa fusione: sinergie e piano industriale.

Nelle prime rientra già un obiettivo dichiarato, individuato in un risparmio che potrebbe arrivare anche a 5 milioni di euro all’anno, ritenuto indispensabile al fine di raggiungere la profittabilità necessaria per muoversi da protagonista sul mercato. Allo stato, il come arrivarci non è naturalmente ancora dato saperlo, ma se provassimo a sostituire sinergie con razionalizzazione o efficientamento, ecco allora che qualche azione la si potrebbe già intuire.

Come per ogni grande fusione che si rispetti anche quando essa avviene tra due realtà del tutto complementari – e non è questo certamente il caso –, pensare a sovrapposizioni di figure professionali, se non di intere organizzazioni, commerciali e tecniche, o addirittura di siti produttivi sarebbe come ripercorrere una strada già battuta, ma sotto certi aspetti inevitabile.

Facile, dunque, immaginare che Stellantis costituirà per il sindacato italiano un importante banco di prova. Interessante sarà altresì comprendere, quasi in una sorta di competizione con l’omologa organizzazione d’Oltralpe, le dinamiche che si manifesteranno in termini di mantenimento delle garanzie occupazionali, di investimenti e di tecnologie sulle quali intensificare gli sforzi o spingere sull’acceleratore della riconversione (esempio l’elettrico). E dove, in relazione a quest’ultima, il tutto potrebbe essere localizzato.

Per il momento, però, Francia batte Italia uno a zero in termini di rappresentanza sindacale nel neo insediato consiglio di amministrazione, visto che Psa è riuscita a far sedere su una delle undici poltrone del board un manager che in passato ha ricoperto l’incarico di segretario del consiglio dei lavoratori del gruppo francese.

Sul versante Fca, che pure avrebbe potuto designare un delegato espressione dei lavoratori, c’è stata invece di fatto la cooptazione della responsabile delle risorse umane del gruppo farmaceutico AstraZeneca, al netto di qualsiasi procedura di consultazione. Una mancanza, che segna un limite intrinseco di un paese ancora privo di una legge sulla rappresentanza, che disciplini e consenta la partecipazione dei lavoratori nella governance delle imprese.

Per quanto le criticità siano ben altre in questo periodo, ivi compresa (ma ormai sono decenni) l’assenza di una seria e lungimirante politica industriale nel settore automobilistico, basterà la vicenda Stellantis a porre questi due temi alla ribalta in maniera perentoria e risolutiva?