Dall’urna all’e-voting: una inevitabile evoluzione anche per le RSU
Che la contingente emergenza pandemica abbia costituito l’elemento chiave per far adottare una simile decisione restano pochi dubbi. Se poi artefice e destinataria al tempo stesso di tale scelta sia stata una organizzazione di rappresentanza del mondo sanitario, ciò non fa altro che avvalorare ancor di più l’inevitabilità, anzi, l’ineluttabilità di un percorso che appare ormai positivamente tracciato e avviato.
FNOMCeO, chi era costui? È l’acronimo della Federazione Nazionale degli Ordini provinciali dei Medici Chirurghi e Odontoiatri, che in occasione del rinnovo del consiglio direttivo della struttura di Campobasso ha abbandonato il rituale sistema di votazione corredato di locali, schede e urne per “sdoganare” in maniera convinta e con successo il voto elettronico.
Perché, quindi, non cominciare concretamente a pensare di introdurre tale modalità all’interno delle nostre aziende, in occasione, ad esempio, delle elezioni delle Rsu?
Sarebbe di sicuro una autentica rivoluzione copernicana, in primis per le stesse organizzazioni sindacali, da questo punto di vista forse ancora conservatrici di una ortodossia procedurale ormai figlia di altri tempi, anche se va dato loro atto di aver sottoscritto di recente molti accordi su smart working, formazione e profili professionali innovativi, che fanno intravedere buone prospettive di condivisione con le imprese del processo di digitalizzazione e di adeguamento delle organizzazioni aziendali alle nuove evoluzioni degli scenari produttivi.
Ad onor del vero, qualche esempio virtuoso di elezioni telematiche per il rinnovo delle Rsu, anche con soluzioni ibride – tramite l’accesso ad una specifica piattaforma o in via tradizionale – si è già registrato qualche anno fa in società operanti nel settore dell’informatica, come pure per l’elezione dell’assemblea dei delegati di fondi pensione “chiusi”. Ma possiamo definirle le classiche eccezioni che confermano una regola.
Già, la piattaforma. È proprio questo l’aspetto più importante da tener presente. Tutto ruota intorno all’affidabilità di una soluzione, magari certificata da un ente terzo e basata su tecnologie crittografiche avanzate, a garanzia della riservatezza dei dati da gestire e sulla quale vi sia la piena e incondizionata convergenza delle parti concorrenti, nel pieno rispetto della tutela della privacy dei votanti.
Quali i vantaggi? Innanzitutto una riduzione dei tempi da destinare alle operazioni di voto intese nella consolidata “liturgia”, che si traduce per le aziende in un risparmio di costi per l’abbattimento del numero di ore di permessi retribuiti da destinare al personale, non sempre iscritto al sindacato, impegnato a diverso titolo anche durante le operazioni preliminari, oltre al momento topico dello spoglio delle schede presso il seggio e della proverbiale conta delle preferenze.
Ciò, di converso, significa poter conoscere con l’e-voting il risultato finale pochi secondi dopo la chiusura del tempo massimo stabilito ed evitare l’appesantimento gestionale dei ricorsi, con buona pace dei rapporti tra le organizzazioni sindacali in lizza, fatte salve eventuali falle del sistema informatico utilizzato, peraltro da dimostrare, soprattutto se preliminarmente condiviso.
È tuttavia innegabile, analizzando il rovescio della medaglia, che molte aziende, soprattutto quelle operanti nel settore manifatturiero, per quanto evoluto in relazione alla tipologia delle attività condotte, non ritengono necessario assegnare alla generalità del proprio staff un personal computer. In questo caso si potrebbe by-passare questa apparente limitazione dell’esercizio di un diritto attraverso, ad esempio, l’implementazione di un totem, che di fatto diventerebbe un’urna virtuale.
In senso molto più lato, la fase storica di profondo cambiamento che stiamo vivendo, innescata inequivocabilmente dal Covid-19, dovrà condurre a una rimodulazione della capacità da parte del sindacato di sentirsi diversamente rappresentativo delle istanze dei lavoratori. E del lavoratore di sentirsi effettivamente rappresentato dal sindacato.
Si tratta, in sostanza di ipotizzare un salto di qualità duplice, con il primo che è chiamato ad un cambio di passo nel riposizionare all’interno del palcoscenico sociale la propria ragion d’essere – più orientata alla esplorazione di nuove frontiere occupazionali piuttosto che alla mera conservazione del posto di lavoro in quanto tale – e con il secondo che, pur essendo in grado di pensare autonomamente al proprio futuro, chiede tuttavia al sindacato di contrattare più ore di formazione e di welfare.
Diritti sindacali virtuali, quindi, con l’avvento del digitale? Niente affatto, ma una rivisitazione in chiave moderna delle cosiddette regole di ingaggio, questo sì. Già si fanno strada le assemblee telematiche, gli incontri in videoconferenza sono ormai all’ordine del giorno, così come la “firma” degli accordi seduti attorno ad un tavolo che diventa sintesi di “molteplicità logistiche”, oltre che, naturalmente, di condivisione di argomenti. E poi?
L’e-voting quale cartina di tornasole della volontà di assecondare consapevolmente l’innovazione tecnologica in un mondo che si è quasi sempre contraddistinto per la difesa, a volte persino strenua, di liturgie ormai d’antan?
Di certo mancherebbe la suspense tipica delle schede da scrutinare, dei seggi pullulanti di aspiranti Rsu, di rappresentanti di lista e di personaggi vari, per i quali un voto in più o in meno significherebbe l’inizio di una fulgida carriera o una esperienza finita ancor prima di cominciare.
Mi piacerebbe chiederlo a quell’amico sindacalista, che un giorno mi confidò scherzosamente di non poter mai e poi mai rinunciare a un rito: quello di accompagnare il collega elettore fin sulla fessura dell’urna.
