Quel vaso rotto di alabastro
Un trattato di antropologia psicologica: così potrebbe essere interpretato laicamente il Vangelo.
Chi, ad esempio, volesse leggere il racconto della Passione di Gesù con occhi scevri da sovrastrutture e preconcetti, si stupirebbe di variegati e insospettati tipi umani, che possono parlare a ciascuno, raccontando forse qualcosa di noi.
A partire da quella donna che due giorni prima di Pasqua si presenta nella sala dove Gesù sta mangiando invitato da ospiti. Lì, senza troppe cerimonie, in barba ai benpensanti, compie con audace tenerezza un gesto d’amore sconsiderato.
Per poter omaggiare l’uomo che ha dato un senso alla sua vita, rompe addirittura un prezioso vaso di alabastro, versa il nardo in esso contenuto sui piedi di Gesù, li bagna con lacrime di commozione e li asciuga con i suoi capelli.
Scandalo, spreco, sdegno. Questo gesto lontano da ogni calcolo di buona creanza ci delinea la profondità di un’anima disposta a tutto, che senza vergogna esce allo scoperto e dà mostra di sé, autenticamente.
Ci descrive un amore che non ha paura, che non si risparmia , con il coraggio e la spontaneità di una donna. Un gesto talmente esemplare che lo stesso Gesù lo imiterà nell’ultima cena.
Chi di noi sa manifestare la verità che ha dentro senza remore del giudizio altrui, dando sfogo alla purezza di una passione casta? Omnia munda mundis. La malizia, in verità, è negli occhi di chi guarda. Forse i nostri.
E poi quel personaggio un po’ naif che è Pietro: grandi slanci, grandi entusiasmi, convinto di sé e della propria forza, capace di ergersi a maestro del suo Maestro, istintivo e ardimentoso, che si nasconde al primo vento avverso, che rinnega tutto non dinanzi a giudici o re, ma alla prima semplice serva che gli si para di fronte.
Chissà quante volte sarà capitato di sentirci migliori di altri, pronti a puntare il dito, forti del nostro ruolo, per poi naufragare nelle nostre false certezze, prima di comprendere che è proprio da lì che si deve partire per essere un vero punto di riferimento per gli altri.
Poi c’è Pilato, l’autorità che si presenta equilibrata ed imparziale, ma in realtà non è in grado di svolgere il suo ruolo e al momento decisivo “se ne lava le mani”, cerca di salvare la faccia delegando ad altri la scelta ed è l’inizio della fine.
Forse sarebbe stato meglio fermarsi prima, evitare di cadere nelle grinfie di chi urla più forte e prendere una decisione concreta, senza cadere nel tranello del trasformismo.
Mi soffermo, infine, sul povero Giuda. Passato alla storia come il traditore, condannato per aver venduto l’amico, è stato un disperato corroso dal senso di colpa, che si chiude a ogni possibilità col suicidio. È in realtà dannato per non aver creduto all’amore, alla possibilità di ricominciare.
Non è riuscito a perdonarsi l’errore, non ha avuto la forza di guardare oltre, rimediare al male fatto, darsi un domani: lo sbaglio più grande che si possa compiere.
Forse avrebbe dovuto rompere anche lui un vaso di alabastro, spezzare quel blocco interiore che non gli dava più fiducia in se stesso, avere il coraggio di ricominciare fronteggiando gli altrui sguardi giudicanti. Lui come Pietro, come Pilato.
Le storie di questi personaggi, a ben vedere, ruotano tutte attorno al tema della debolezza: mostrata senza paura oppure rimossa e negata, o ancora naufragata nell’indecisione o da ultimo non accettata.
Ancora una volta la via migliore ce la insegna una donna.
“Nella mia vita ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto” (Michael Jordan)
“Quando sono debole è allora che sono forte” (Paolo di Tarso)
