La macchinetta del caffè: un “luogo” aziendale da preservare
Passeranno le aziende, si modificheranno le organizzazioni al loro interno per allinearle ai continui mutamenti del mercato di riferimento, verranno pure implementate nuove modalità di prestazione dell’attività lavorativa. Lo smart working, o più opportunamente il remote working della contingente situazione emergenziale, soprattutto quella legata alla prima fase, sono lì a testimoniarlo.
Ma una cosa è certa: nessun cambiamento, seppur indotto come nei tempi recenti da circostanze assolutamente indesiderate, potrà mai andare a scalfire il ruolo, sotto certi aspetti addirittura “istituzionale”, che ha rivestito e riveste un simbolo autentico, quasi iconico, del nostro vivere il luogo di lavoro nella sua logistica accezione tradizionale: la macchinetta del caffè o, in versione decisamente più moderna, il distributore di cibo e bevande.
Pur nella continuità operativa che, nonostante il Covid-19, molte imprese sono comunque state in grado di perseguire, una delle situazioni che ha maggiormente pesato sulla quotidianità di una relazione improvvisamente arenatasi è stato dover rinunciare a quel rito, magari ripetuto anche più volte nel corso della giornata lavorativa.
Diciamo la verità: quante volte abbiamo considerato quei momenti come autentiche perdite di tempo, soprattutto quando chi correva da un corridoio all’altro tra la fine di un meeting e l’inizio di quello successivo, alla ricerca della sala allo scopo prenotata, chissà per quale strana coincidenza si imbatteva sempre nelle stesse persone, ferme a chiacchierare dinanzi a quelle infernali macchinette.
La tanto denigrata pausa caffè in realtà rivestiva – ovvero riveste, nello spirito di poter ritrovare quanto prima una nuova auspicata normalità – un ruolo sociale, oltre ad essere scientificamente provato che essa conduce ad un livello di concentrazione più elevato alla ripresa delle attività, con positive ripercussioni su obiettivi da raggiungere e produttività da garantire.
E non assolve alla stessa funzione il succedaneo virtuale della stessa, fatto di una condivisione a distanza, che per quanto abbia consentito a tanti lavoratori di mettere a fattor comune la propria solitudine, a tanti altri ha finito per sortire l’effetto contrario. Se non adeguatamente organizzato negli argomenti, il semplice vedersi davanti a un pc, restando comodamente a casa brandendo una mug o una tazzina del caffè o una borraccia, finisce infatti per diventare un boomerang, con il rischio che dopo pochi minuti ci si ritrova a parlare di nuovo sempre e solo di lavoro. Con buona pace del diritto alla disconnessione.
Che dire, inoltre, della misteriosa capacità che la macchinetta del caffè ha di calamitare attorno a sé tutte le notizie più importanti, fungendo da cassa di risonanza e, allo stesso tempo, da ricettrice delle diverse prese di posizione e delle infinite considerazioni rispetto allo stesso argomento mosse da ognuno?
Oppure come non pensare che essa possa fungere da fattore abilitante per gli ultimi arrivati, stante la sua veste informale rispetto ad una più solenne scrivania, nell’ottica di facilitare la tempestiva acquisizione delle dinamiche del team nel quale si troveranno ad operare?
La macchinetta del caffè, quindi, quale facilitatore di socializzazione, di interlocuzione, di interruzione della routine, di benessere in generale, proprio e degli altri.
Chissà se nella situazione che ci stiamo lasciando lentamente alle spalle essa anche in azienda finirà per pagare dazio al clima di inevitabile rinnovamento, e quindi abdicare al ruolo unanimemente riconosciutole, o possa conservare ancora il suo antico fascino.
Intanto già si avverte il rumore delle monetine che vanno ad adagiarsi in fondo al serbatoio e il bicchiere che si riempie, con il capo che condivide questa breve – sottolineo breve – pausa con i suoi collaboratori. Segno che forse la macchinetta del caffè sarà mancata anche a lui.
