Avviso (comune) sui licenziamenti: dal 1° luglio si può, si potrebbe, meglio di no…

E così la fatidica data del 1° luglio è arrivata. Dal 23 febbraio 2020 al 30 giugno 2021, al netto dei comparti per i quali il blocco dei licenziamenti durerà fino al prossimo 31 ottobre, le aziende sono state obbligate all’osservanza di ben quattro disposizioni legislative che, senza giri di parole, hanno inibito la loro libertà di fare impresa come nessun altro stato in Europa e per un periodo così lungo.

Allo stesso tempo, una vasta teoria di provvedimenti legislativi e governativi, di diversa natura e rilevanza giuridica – per non citare gli innumerevoli chiarimenti su specifiche materie dell’Inps e dell’Inail, in taluni casi ancor più complicati da “decodificare” delle leggi stesse – hanno caratterizzato questa lunghissima fase che ci siamo lasciati alle spalle.

Problemi risolti o, se non proprio tali, quantomeno avviati verso una direzione positiva? Tutt’altro, anzi! Probabilmente la portata dei finanziamenti destinati al mondo del lavoro, che hanno contribuito per quanto possibile a mitigare gli effetti nefasti della pandemia nelle aziende, tra i lavoratori e le loro famiglie, avrebbero meritato una migliore e più oculata distribuzione, conciliando le legittime e sacrosante necessità contingenti con quelle più di prospettiva.

Semaforo verde, dunque, per le aziende, a poter licenziare? Non proprio. Ora è il momento della classica decisione all’italiana per non scontentare nessuno (in altre epoche l’avremmo definita “democristiana”), denominata “avviso comune”, che tradotto significa: vorrei, pur potendo, nonostante tutto, ma forse è meglio di no.

Si raccomanda, in altri termini, il ricorso agli ammortizzatori sociali messi a disposizione dalla legislazione vigente, ivi comprese ulteriori 13 settimane di cassa integrazione guadagni, allo scopo di evitare l’avvio di procedure collettive per la riduzione di personale.

Una soluzione in sè che non sarebbe neanche del tutto campata in aria, se soltanto non fosse stata individuata a ridosso della data di scadenza del blocco dei licenziamenti. Quando, cioè, molte aziende erano ormai pronte a dare piena esecuzione ai piani di riorganizzazione già più volte differiti. E non è detto che non lo facciano, soprattuto quelle il cui eventuale ricorso a soluzioni conservative del rapporto di lavoro servirebbe soltanto a dar temporaneo ristoro al conto economico e non a venire a capo di sedimentate inefficienze gestionali.

Mai come in queste circostanze le tanto invocate riforme degli ammortizzatori sociali, delle politiche attive e dei processi di formazione permanente e continua devono al più presto trovare una sintesi concreta tra le parti in causa perchè il paese possa concretamente ripartire dopo l’emergenza sanitaria con la quale bisognerà continuare a fare i conti per chissà quanti mesi ancora.

Come agire, allora, per evitare che il citato avviso comune possa essere considerato l’ennesima decisione utile soltanto a prendere altro tempo e spostare in avanti il problema?

Ferme restando le rispettive prerogative e nell’ottica soprattutto di evitare tensioni sociali che potrebbero all’improvviso deflagrare, forse è questo il momento propizio durante il quale aziende e organizzazioni sindacali pensino effettivamente ad ogni strumento e metodo rientrante nell’ambito della “contrattazione di anticipo” e prevenire conflitti.

È finito, insomma, il tempo delle soluzioni “tampone”, utili per una sola stagione (e spesso neanche per quelle), ma bisogna pianificare in tempi congrui soluzioni lungimiranti, per quanto possibili condivise, che vengano “manutenute” in funzione, ad esempio, delle innovazioni tecnologiche e delle esigenze di stabilire percorsi di apprendimento continuo durante tutto l’arco della vita professionale dei lavoratori.

Un 32 ottobre, come già lo è stato il 32 marzo, sarebbe da scongiurare. Non in quanto il poter nuovamente licenziare rappresenterebbe la panacea di tutti i mali, ma perché avvalorerebbe l’idea di un mondo del lavoro nel nostro paese ancora fermo al palo e privo di un elemento fondamentale: una visione al passo con l’incedere dei tempi.