Dress code dal tribunale all’azienda: la legge è uguale per tutti?
Non sarà certamente passato inosservato il recente decreto emesso dal presidente del Tribunale di Avellino con il quale è stato disposto il divieto di accesso alla sede per gli uomini con pantaloni corti “ossia quelli il cui margine inferiore non raggiunge la caviglia”, raccomandando altresì tutte le persone ad adottare un abbigliamento rispettoso “della dignità degli uffici giudiziari e delle funzioni nei medesimi svolte”.
A rincarare la dose ci ha pensato il Codacons, che ha invocato, all’insegna di una presunta par condicio, medesimo trattamento per quelle donne che (sic!) dovessero indossare minigonna o fossero sprovviste di reggiseno. Usque tandem…
Senza voler scomodare Boccaccio o Monsignor Della Casa, ognuno per i rispettivi ambiti di “operatività”, ci troviamo di fronte alla classica circostanza per la quale l’austerità e la solennità del luogo non possono consentire la pur minima deroga alle più elementari norme di buona educazione, di decoro e di rispetto verso gli altri.
Fatte naturalmente le debite proporzioni per la diversità delle attività condotte, quale reazioni si sarebbero manifestate se la situazione descritta si fosse verificata in azienda piuttosto che in un Palazzo di Giustizia?
Per la elevatissima sensibilità del tema, che aprirebbe il fronte a un ampia teoria di considerazioni in merito alla diversity, uno degli argomenti negli ultimi tempi più attenzionati (e non sempre di facile attuazione) dai responsabili delle risorse umane, probabilmente un provvedimento come quello del presidente del Tribunale di Avellino in azienda non sarebbe stato né affisso in bacheca, fisica o digitale che sia, né inviato via mail, ma neppure semplicemente pensato.
Di sicuro, però, avrebbe dato il via a una serie di valutazioni sull’opportunità o meno di introdurre un cosiddetto dress code.
Ma un’azienda può imporlo? E, soprattutto, come sarebbe percepita dai suoi stessi dipendenti e nel mondo in cui opera, e non solo?
Il problema, se così possiamo definirlo, non si pone per chi, rispetto alle mansioni rivestite e all’attività svolta, è “costretto” per ragioni legate alla propria ed altrui sicurezza a indossare capi o dispositivi di protezione specifici. E per tutti gli altri svincolati da tali obblighi, non lavorando nei tipici reparti di produzione, ma dietro una scrivania in ufficio?
Benedetto smart working, verrebbe da dire, anche se pure in questo caso, con tutte le videoconferenze che hanno sostituito le riunioni in presenza, una maglietta o una camicia almeno presentabile, stando a casa tua, non puoi esimerti dall’indossarla.
Forse è proprio presentabile l’aggettivo chiave, che delimita in un certo senso il confine tra la propria creatività e il giudizio, spesso impietoso, degli altri.
In un epoca in cui sembra contare molto di più l’apparire piuttosto che l’essere, restano comunque sempre due le scuole di pensiero, a proposito del dress code, tra le persone (di sicuro non la maggioranza, ma ci sono) che preferirebbero conoscere a priori il tipo di abito da indossare, evitando ogni mattina colloqui ravvicinati del terzo tipo con il proprio armadio, e le persone che invece non ammettono alcuna restrizione alla propria fantasia, con abbinamenti a volte arditi.
La “letteratura aziendale” in materia è ricca di episodi. In epoca ante Covid quanti manager o semplici impiegati hanno mostrato tutto il loro disagio perché improvvisamente chiamati a partecipare ad una riunione irrinunciabile con esponenti di altre aziende o anche istituzionali, proprio in quel giorno – Friday informal day – in cui ci si è vestiti in maniera meno “ufficiale”. Ed ecco che scattava la caccia alla famosa cravatta buona per tutte le occasioni tanto per dare un tono di maggiore seriosità…
Siamo onesti e senza retropensieri: quante volte il famoso proverbio “l’abito non fa il monaco” viene smentito dai fatti e dai comportamenti; peggio, dai giudizi conseguenti. È vero che la professionalità, la competenza, l’affidabilità sono caratteristiche che non possono oscillare o mutare in relazione al modo di sapersi o meno vestire. Ma è altrettanto vero che non di rado ci si dimentica in contesti terzi di non rappresentare se stessi, ma l’azienda cui si appartiene.
Parlavamo in precedenza di due scuole di pensiero. Ne esiste in verità una terza, che non tramonta mai e dovrebbe comunque ispirare, fino ad essere cooptati, gli appartenenti ai primi due filoni: il buon senso, in primis, e la capacità di sapersi immedesimare al contesto.
Quando si dice questione di stile. L’unica vera regola.
