Un testamento di cui tutti siamo eredi
S, un ragazzo di 20 anni, giovedì scorso si è tolto la vita. È orribile e tragico. Era quello che si dice “un ragazzo con la testa sulle spalle”.
Da giovane promessa del calcio all’improvviso aveva lasciato tutto per tornare a casa e dedicarsi allo studio. Si era iscritto a giurisprudenza.
Quale ferita dello spirito, quale abisso di malinconia, quale male di vita hanno spezzato questa anima fragile? Nessuno può e potrà mai sapere cosa esattamente sia passato nel suo cuore e nella sua testa, ma possiamo provare ad ascoltarlo, a percepire il messaggio che portava dentro.
Per fare tesoro delle sue parole non è troppo tardi e il testamento umano che ci ha lasciato potrebbe avere un’eco eterna, potrebbe cambiarci in meglio.
Il colore della sua pelle e i capelli ricci tradivano le sue origini etiopi, ma era italiano a tutti gli effetti, adottato da bimbo e cresciuto nel cuore della Campania, tra sole, mare e pastiera.
In una lettera di due anni fa, aveva raccontato che da piccolo si era subito sentito accettato: grande tenerezza e curiosità lo avevano accolto ma, all’aumento dei flussi migratori, l’atteggiamento era molto cambiato.
Quelli neri come lui erano all’improvviso diventati nemici in casa, parassiti, “quelli venuti a rubarci il lavoro”, e aveva dovuto lasciare un impiego da cameriere perché molti non volevano essere serviti da lui e lo trattavano con disprezzo.
In un certo senso, quel razzismo aveva contagiato anche lui. Sentiva il bisogno di dimostrare di non essere immigrato per recuperare l’originario rispetto. Il post che ha pubblicato era una sorta di autodenuncia: i suoi sforzi di prendere le distanze dai disperati del mare – e mostrare di essere un italiano vero – lo avevano portato a fare battute di pessimo gusto sui neri. Ma era solo paura: “paura per l’odio che vedevo negli occhi della gente verso gli immigrati”.
Aveva provato sulla sua pelle – è proprio il caso di dirlo – la differenza tra integrazione e razzismo, tra inclusione e il macigno opposto, fatto “degli sguardi scettici, prevenuti e schifati” che ti seguono ovunque vai.
Le sue parole sono dense e pesanti e non vanno fatte cadere nel vuoto. Dovremmo saper vedere il suo volto, il suo talento, la sua umanità in tutti gli uomini e donne di altri colori e salutarli con un sorriso, invece che con uno sguardo diffidente.
Che la tristezza per la sua morte non ci lasci ipocriti, ma induca ciascuno di noi a cambiare qualcosa dentro di sé: prendere radicalmente e definitivamente atto che chiunque mi passa accanto è un altro me. Forse la parte migliore di me.
<<Il disagio e la sofferenza che sto vivendo io sono una goccia d’acqua in confronto all’oceano di sofferenza che sta vivendo chi preferisce morire anziché condurre un’esistenza nella miseria e nell’inferno. Quelle persone che rischiano la vita , e tanti altri l’hanno già persa, solo per annusare, per assaggiare, il sapore di quella che noi chiamiamo semplicemente “Vita”>> (Seid Visin)

